Naltrexone “low dose” nel trattamento del dolore cronico

DM_il dentista moderno_dolore post-endodontico

Il naltrexone è un farmaco sintetico, simile al naloxone ma somministrabile per os. Fu sintetizzato nel 1963. Presenta un’azione di antagonismo verso i recettori oppioidi e, per questo, a dosaggi di 50-100 milligrammi, trova principalmente indicazione d’uso nel trattamento delle dipendenze appunto da oppiacei, oltre che da alcool.

La stessa molecola è stata valutata anche per un uso alternativo, a dosaggi assai più bassi: si parla proprio di naltrexone “low dose” per riferirsi all’impiego a dosi comprese tra 0.1 e 4.5 mg. Questo schema di somministrazione è stato proposto nel trattamento del dolore cronico: a queste dosi, infatti, il naltrexone mostra effetti antinfiammatori, immunomodulatori e inibitori della nocicezione.

Questi effetti sono mediati dalle cellule gliali, sia a livello del sistema nervoso centrale che di quello periferico, per effetto principalmente del recettore toll-like di tipo 4 (TLR4). Questo ha un ruolo nei processi infiammatori attraverso citochine, chemochine e neuropeptidi: in particolare IL-6, TNF-α e ossido nitrico. In condizioni di infiammazione, le cellule gliali tendono a “upregolare” il recettore TLR4, automantenendosi attive e favorendo la risposta nocicettiva.

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Il naltrexone va ad antagonizzare lo stesso TLR4, bloccando all’origine la cascata infiammatoria e il sistema nocicettivo. La somministrazione low dose potrebbe costituire, pertanto, un’opzione terapeutica in tutte quelle varie patologie in cui hanno un ruolo neuroinfiammazione e incremento della sensibilità dolorifica, quindi caratterizzate da dolore cronico e “nociplastico”.

Tra queste si ritrovano emicranie, neuropatie traumatiche, artrite reumatoide, fibromialgia e malattie neurodegenerative, come la sclerosi multipla e anche condizioni a più diretto interesse odontostomatologico, ad esempio dolore miofasciale cronico, nevralgia trigeminale e anche disturbi dell’articolazione temporo-mandibolare.

Proprio al fine di fare il punto sul possibile impiego del naltrexone nell’ambito considerato e valutare la relativa efficacia, Hatfield e colleghi hanno condotto una revisione sistematica della letteratura, i cui risultati sono stati recentemente pubblicati sul Journal of the American Dental Association.

La revisione, aggiornata a giugno 2019, ha coinvolto le banche dati PubMed/MEDLINE, Embase, Cumulated Index to Nursing and Allied Health Literature (CINAHL) e Dentistry and Oral Sciences Source Library.

Partendo da un pool di quasi 800 lavori scientifici, gli autori hanno valutato 71 abstracut, quindi 36 full text, infine incluso 8 studi nell’analisi: 4 case series, 2 studi clinici, 1 trial clinico randomizzato e 1 studio crossover. 6 studi hanno valutato l’uso del naltrexone nella fibromialgia, 2 nella sindrome dolorosa regionale complessa o sindrome algoneurodistrofica e 1 ha valutato diagnosi multiple. L’outcome primario è stata in tutti i casi la riduzione dell’intensità dolorifica.

La revisione conclude indicando il naltrexone low dose come una valida opzione, alternativa soprattutto agli oppiacei, nel trattamento del dolore cronico, anche in sede oro-facciale.

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/33228882/

Naltrexone “low dose” nel trattamento del dolore cronico - Ultima modifica: 2020-12-18T10:56:49+00:00 da redazione

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