L’uso di impianti stretti nel riassorbimento osseo orizzontale

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Negli ultimi anni, uno dei campi di ricerca maggiormente discussi, in chirurgia implantare, è quello che riguarda l’impiego degli impianti a lunghezza ridotta – meglio noti come impianti corti. Questi hanno lo scopo di permette la gestione, senza l’esecuzione di complesse riabilitazioni ossee, di mascellari deficitari a livello di dimensione verticale.

L’osso alveolare, dopo estrazione dentale, va però incontro a un processo di riassorbimento anche a livello di spessore, vale a dire sul piano orizzontale. Il processo si attiva subito dopo la perdita dei denti e procede in massima parte già nel corso del primo anno, che vede la perdita del 60% dello spessore.

Per questo, oltre che sulla lunghezza, alcuni autori valutano di “giocare” anche sul diametro degli impianti.

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I diametri standard, ovvero quelli maggiormente impiegati nella pratica, sono pari a 3.75 e 4.1 mm. In una prima revisione sistematica sul tema, datata 2014, Klein definisce 3 classi di impianti stretti: 1) <3.0 mm, anche noti come “mini-impianti”; 2) 3.0-3.25 mm; 3) 3.30-3.50 mm. I mini-impianti trovano, per esempio, indicazione negli spazi edentuli stretti, come ad esempio a livello dell’incisivo laterale superiore.

In una nuova revisione sistematica della letteratura, González-Valls e colleghi si sono proposti di valutare le performance degli impianti stretti inseriti nell’osso alveolare riassorbito orizzontalmente, confrontandole con quelle degli impianti standard inseriti nell’osso non atrofico.

I revisori hanno sondato il decennio 2010-2021, indagando le banche dati Pubmed, Cochrane, Scopus, Scielo. Hanno ricavato una base di 967 record, riconoscendovi 45 articoli potenzialmente adatti. Di questi, 15 sono stati sottoposti a valutazione qualitativa – 7 studi clinici, 3 RCT, 3 studi di coorte e 2 case series – e 10 inclusi, infine, nella meta-analisi.

I risultati fanno riferimento, complessivamente, a 773 pazienti per 1245 impianti e sono tutti relativi a un follow-up di 36 mesi. Il tasso di sopravvivenza è risultato pari al 97%, quello di successo sostanzialmente sovrapponibile (96.8%). La perdita di osso marginale medio è risultata pari a 0.821 mm. Tutti questi dati sono risultati assolutamente comparabili con quelli disponibili relativamente agli impianti tradizionali.

La revisione trova nell’eterogeneità del campione incluso, in termini di tipo di studi, campioni, follow-up, riabilitazioni protesiche, la principale limitazione.

In conclusione, gli autori hanno indicato gli impianti stretti come una soluzione predicibile nelle atrofie sul piano orizzontale. Questi possono essere proposti, in particolare, nel caso di pazienti anziani o comunque, affetti da commorbidità gravi, che non consentono loro la messa in atto di procedure implantari particolarmente complesse.

Riferimenti bibliografici a proposito di impianti stretti

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/34208369/

 

L’uso di impianti stretti nel riassorbimento osseo orizzontale - Ultima modifica: 2021-07-09T06:11:27+00:00 da redazione

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