Lo spessore della mucosa cheratinizzata come fattore predittivo chirurgico nella perimplantite

DM_il-dentista-moderno_Lo-spessore-della-mucosa-cheratinizzata-come-fattore-predittivo-chirurgico-nella-perimplantite.jpg

La prevalenza della perimplantite si attesta, a seconda degli studi, tra l’1 e il 47%, ed è positivamente correlata con il periodo di carico.

Diversi fattori o indicatori sono stati indagati a proposito di questa patologia: in particolare, lo spessore della mucosa cheratinizzata, con un cutoff indicativo pari 2 mm, sembrerebbe fondamentale ai fini del mantenimento a lungo termine della salute perimplantare. Alcuni autori, con il supporto degli studi di popolazione, mettono parzialmente in discussione tali indicazioni.

Dati più recenti indicano però che una quota sufficiente di mucosa cheratinizzata è fondamentale, quantomeno, nei pazienti che presentano un compenso carente in termini di mantenimento.

Nell’intento di approfondite la conoscenza sul tema, Ravidà ha condotto uno studio retrospettivo, recentemente pubblicato su Journal of Clinical Periodontology, specificamente dedicato al ruolo del tessuto cheratinizzato in quei casi in cui la perimplantite è stata approcciata chirurgicamente.

L’indagine ha coinvolto di 40 pazienti (22 donne, età media di 64.5 ± 9.0 anni), su cui erano stati posizionati, in totale, 68 impianti, seguiti per un follow-up medio di 52.4 ± 30.5 mesi.

I dati retrospettivi ottenuti sono relativi al T0, ovvero al posizionamento dell’impianto, e alla chirurgia perimplantare (T1). I pazienti sono stati oggetto di rivalutazione clinica e radiografica a un anno da T1 (T2).

Dopo chirurgia implantare (T0), la maggior parte degli impianti (42) presentava una mucosa cheratinizzata dello spessore di 2 mm o maggiore. I rimanenti 26, invece, presentavano uno spessore inferiore alla soglia dei 2 mm.

13 impianti appartenenti al primo gruppo, con il tempo, hanno visto un fenomeno di riassorbimento del tessuto. Al momento del trattamento della sopraggiunta perimplantite (T1), dunque, 29 impianti conservavano ancora lo spessore ideale, non raggiunto dagli altri 39.

Relativamente al periodo T0-T1, distribuendo gli impianti per spessore della mucosa cheratinizzata, non risultano differenze significative per quanto riguarda profondità di sondaggio (PPD) né sanguinamento al sondaggio (BOP). Gli impianti con mucosa sotto ai 2 mm hanno presentato un tasso più elevato di suppurazione e un livello di osso marginale inferiore (MBL).

Dei 68 impianti, 12 sono stati comunque rimossi nonostante il trattamento chirurgico precedente: il survival rate del campione a T2 è, dunque, pari all’82.4%. 11 dei 39 impianti (28,2%) con mucosa cheratinizzata spessa meno di 2 mm sono stati rimossi, mentre solo 1 dei 29 impianti (3,4%) con mucosa più spessa è andato perso.

Nel periodo T1-T2 non sono comunque state rilevate differenze significative in termini di PPD, BOP, MBL, suppurazione.

In conclusione, i risultati dello studio non vogliono sminuire l’importanza dello spessore della mucosa cheratinizzata nella progressione della perimplantite. L’analisi statistica evidenzia però il fatto che questo parametro non rappresenti un valido predittore del trattamento chirurgico: per questo ruolo viene invece indicata la perdita di osso marginale al momento del trattamento.

Lo spessore della mucosa cheratinizzata come fattore predittivo chirurgico nella perimplantite - Ultima modifica: 2020-04-14T12:44:56+00:00 da redazione

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome