Impianti corti e ultra-corti: risposta nel medio termine di tessuti duri e molli

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Di fronte a un quadro di importante riassorbimento dei mascellari, se non di franca atrofia, le opzioni cliniche che si aprono, allo scopo di riabilitare l’edentulia con un trattamento implanto-protesico sono sostanzialmente due. In primo luogo, il ripristino, preventivo o contestuale all’inserimento degli impianti, di una corretta volumetria ossea attraverso una procedura di bone augmentation. In questo senso le tecniche disponibili sono molteplici, dal rialzo di seno alla rigenerazione ossea guidata, e ormai ben codificate e predicibili.

L’alternativa, a sua volta oggetto di grande interesse e dibattito, tanto in ambito clinico quanto nella letteratura scientifica, è rappresentata dall’inserimento di impianti sottodimensionati in termini di lunghezza, ovverosia gli ormai noti impianti corti.

Valutando la letteratura sull’argomento, si può notare come il sopracitato dibattito prenda spunto, innanzitutto, sulla definizione stessa di impianto corto. Considerando come convenzionale una lunghezza pari ad almeno 8 mm, si può considerare corto un impianto di circa 6 mm di lunghezza. Al di sotto di questa soglia, sono attualmente disponibili fixture definite extra- o ultra-short, da 4 mm circa.

Recentemente, su International Journal of Environmental Research and Public Health sono stati pubblicati due studi che valutano l’efficacia degli impianti corti attraverso due diversi parametri, ovvero la risposta dei tessuti duri e di quelli molli.

Il primo lavoro, condotto da un gruppo spagnolo, ha indagato il legame tra la lunghezza implantare sulla perdita di osso marginale, confrontando impianti convenzionali con impianti corti ed extra-corti. Lo studio, impostato come trial clinico retrospettivo, ha coinvolto un totale di 24 pazienti, raggruppati in 3 gruppi numericamente equivalenti. Ciascuno ha ricevuto 2 corone spintate supportate da impianti a livello dei primi due molari superiori. La perdita di osso marginale è stata valutata confrontando le radiografie periapicali effettuate al carico con quelle rilevate 36 mesi dopo. Gli impianti lunghi sono andati incontro a un minor riassorbimento osseo ma la differenza con gli altri gruppi è risultata non significativa.

Il secondo studio considerato è stato condotto da ricercatori italiani, anche questo secondo un impianto di tipo retrospettivo, a follow-up triennale. Il campione ha incluso 140 pazienti, con o senza storia di parodontite, sottoposti a riabilitazione dei settori posteriori con corone singole per un totale di 325 tra impianti regolari, corti o extra-corti. Anche in questo caso, il tasso di fallimento e la perdita di osso marginale non sono risultati influenzati in maniera significativa dalla lunghezza degli impianti.

Come anticipato, lo studio ha condotto anche un’analisi della risposta dei tessuti molli. Per nessuno dei parametri valutati (indici di placca e di sanguinamento modificati, profondità di tasca perimplantare e tessuto cheratinizzato) sono state rilevate differenze significative in riferimento alla lunghezza implantare.

In conclusione, i due studi, considerando il comportamento dell’osso e dei tessuti molli, inducono a ritenere gli impianti corti e anche quelli extra-corti, delle alternative praticabile, almeno a medio termine, agli impianti convenzionali.

Riferimenti bibliografici su impianti corti

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/33322472/

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/33327506/

Impianti corti e ultra-corti: risposta nel medio termine di tessuti duri e molli - Ultima modifica: 2020-12-30T06:35:57+00:00 da redazione

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