Nell’era dei compositi a elevata traslucenza, una ricostruzione diretta deve più che mai garantire un risultato estetico eccellente non solo nell’immediato, ma anche sul lungo termine.

Lo staining, ovvero la formazione di macchie a livello della superficie dentale, può compromettere il successo del restauro. Si distinguono fenomeni intrinseci o estrinseci. Questi ultimi sono tipicamente correlati al consumo di tabacco, bevande pigmentate (vino rosso, tè, caffè, cola), all’assunzione di farmaci o all’uso non corretto di collutori.

A seconda della profondità e dell’ampiezza delle macchie, sono stati proposti vari prodotti in grado di ripristinare l’aspetto naturale della superficie dentale. Tra le più diffuse attualmente, vanno ricordati i sistemi air-flow e air-polishing, entrambi basati sull'abrasione da parte di particelle cubiche o sferiche di dimensioni micrometriche.

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I produttori sostengono che tali sistemi assicurano una superficie finale maggiormente più liscia rispetto a quanto si può ottenere con metodi convenzionali, intendendo questi come l’abrasione meccanica con dischi e paste da lucidatura.

Lo studio di Valian e colleghi, recentemente pubblicato su BMC Oral Health, ha valutato la ruvidità della superficie e il viraggio di colore del composito, in seguito all'utilizzo dell’air-polishing.

Il modello sperimentale è quello dello studio in vitro: sono stati predisposti 30 dischi da 8 x 2 mm, realizzati con il medesimo composito. I campioni sono stati suddivisi in 3 gruppi numericamente equivalenti, rispettivamente sottoposti a air-polishing con particelle sferiche di carbonato di calcio, cubiche di bicarbonato di sodio e, infine, polishing convenzionale con disco. La forma delle particelle è correlata alla microtraumaticità delle stesse: le particelle sferiche rotolano sulla superficie e risultano, pertanto, meno aggressive rispetto a quelle cubiche.

Prima e dopo il trattamento, sono stati analizzati la ruvidità superficiale dei campioni tramite profilometria e i parametri cromatici mediante spettrofotometria.

I risultati sono stati analizzati tramite test t appaiato e test di Tukey.

Sono state rilevate differenze statisticamente significative per quanto riguarda i risultati di ruvidità media tra l’air-polishing con bicarbonato di sodio e le altre due metodiche. È stata, inoltre, osservata una correlazione inversa tra la variazione della ruvidità superficiale e due dei tre parametri cromatici valutati alla spettrofotometria.

Il dispositivo al carbonato di calcio ha mostrato le migliori performance complessive, per quanto riguarda ruvidità superficiale (risultata comunque superiore a 0.2 μm) e riduzione della colorazione dei campioni di composito. Gli autori non lo indicano comunque come gold standard in termini assoluti.

In definitiva, si può affermare che la scelta di adottare una sistematica piuttosto che un’altra è subordinata alla valutazione, pratica, ergonomica ed economica del singolo professionista.

Riferimenti bibliografici a proposito di air-polishing

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/34391410/

Impatto dell’air-polishing su colore e superficie dei compositi - Ultima modifica: 2021-10-11T06:04:49+00:00 da redazione

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