Stephanie Yeung, odontoiatra londinese, ha recentemente pubblicato un interessante articolo che affronta una questione linguistica con importanti implicazioni etiche e deontologiche: definire chi riceve cure odontoiatriche “paziente” o “cliente” porta a conseguenze differenti? L’autrice osserva che la scelta del termine non è neutra, perché condiziona il modo in cui le due parti interpretano la relazione terapeutica. In altre parole, è una scelta tutt'altro che secondaria e per certi versi radicale. Simile a quella di chi, di fronte a un bivio, deve decidere se prendere una strada anziché l'altra, ignaro però del fatto che poi, una volta imboccata la via, non potrà più tornare indietro, se non dopo aver fatto un lungo tragitto.
Etimologia e significato
Yeung ricorda che la parola “paziente” deriva dal latino patiens, cioè “colui che sopporta”. Un’origine che potrebbe sembrare limitante, perché trasmette l’idea di passività. Tuttavia, nel contesto contemporaneo, il termine ha assunto un valore diverso. Non indica più soltanto chi subisce un trattamento, ma chi partecipa a un percorso di cura in cui il professionista fornisce competenza e guida. Al contrario, l’uso dei termini “cliente” o “consumatore” trasferisce la relazione nel campo delle transazioni economiche. In questa prospettiva, la salute rischia di ridursi a un servizio acquistabile, svuotato della sua dimensione terapeutica.
Il valore della relazione
Continuare a usare il termine “paziente”, secondo Yeung, consente di mantenere centrale l’identità professionale del dentista e il carattere fiduciario del rapporto di cura. D'altro canto, l’odontoiatria vive costantemente l’equilibrio tra dimensione clinica ed esigenze di mercato, e per questo la scelta lessicale diventa ancora più rilevante. Definire chi riceve cure “paziente”, significa riconoscere la vulnerabilità e la necessità di protezione che caratterizzano la condizione di chi si affida al professionista. Allo stesso tempo, non esclude un ruolo attivo nella decisione terapeutica, anzi lo rafforza, perché la partnership si costruisce a partire dal riconoscimento di bisogni e responsabilità reciproche.
Una posizione chiara
L’adozione del termine “paziente”, dunque, non è soltanto una questione stilistica, ma un modo per difendere la dimensione etica della professione odontoiatrica. Usare altre espressioni significherebbe rischiare una progressiva commercializzazione della pratica clinica, con la perdita di quella componente di empatia e di responsabilità che costituisce la vera essenza della cura. Il commento di Stephanie Yeung, pubblicato sul British Dental Journal, diventa così un invito a riflettere sul linguaggio quotidiano, su come l'uso di una singola parola possa influenzare la percezione e in ultima istanza anche la sostanza dell'odontoiatria contemporanea.



