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DM_il dentista moderno_Trattamento della BMS refrattaria

La stomatopirosi, oggi detta più correttamente sindrome della bocca urente (burning mouth syndrome, BMS) è una condizione patologica a eziologia ancora non chiara, ma dal comportamento caratteristico, sindromico appunto. Secondo quanto riportato dalla International Classification for Headache Disorders (ICHD-III beta), nella cui ultima versione (2013) la patologia è stata riportata, si tratta di una condizione di bruciore o disestesia cronica – che ricorre cioè per almeno 2 ore al giorno per 3 mesi – a carico di zone circoscritte delle mucose buccali e linguali. I dati epidemiologici non sono univoci: l’incidenza può essere quantificata in poco più di 10 casi annui ogni 100000 persone, con una prevalenza dello 0.11%. Fondamentale leggere questo dato alla luce del sesso è dell’età: la patologia infatti coinvolge principalmente donne in età postmenopausale, con una media di 59 anni alla diagnosi. Come anticipato, l’eziologia non è completamente sconosciuta: è stato osservato infatti un processo di neuropatia periferica interessante piccole fibre sensitive e, in concomitanza, la presenza di alterazioni a livello centrale – tronco encefalico, sistema dopaminergico del putamen. Una delle più recenti frontiere di ricerca è rappresentato dallo studio delle correlazioni fra BMS, solitamente in forma grave, con disturbi dell’umore a base immunoendocrina, con alterazioni morfofunzionali a livello dell’ippocampo o della corteccia prefrontale.

Il trattamento della BMS conclamata è complesso e legato in parte all’approccio specialistico del caso. L’osservazione del paziente può essere limitata all’odontoiatra (patologo orale), che potrà impostare una terapia non farmacologica: si ritrovano evidenze sull’efficacia dell’applicazione topica di capsaicina (legata all’iperespressione di recettori TRVP1) e sull’assunzione di acido alfalipoico (ALA).

I casi più complessi, invece, richiedono un approccio clinico e terapeutico multispecialistico: allo stomatologo si aggiungeranno figure medico specialistiche come neurologo e psichiatra. Tra i farmaci indicati si ritrovano benzodiazepine (si riscontrano buone evidenze sul clonazepam), antidepressivi triciclici, SSRI e antipsicotici. Anche in questo caso possono essere impostati trattamenti additivi non farmacologici (psicoterapia cognitiva).

Nei casi di correlazione con malattia di Parkinson e sindrome delle gambe senza riposo (restless syndrome, RLS) è stato evidenziato come il trattamento con agonisti dopaminergici portino miglioramento dei sintomi BMS.

Le metodiche farmacologiche possono portare un sollievo, riportando il paziente a una qualità della vita accettabile. Il quadro è diverso qualora si consideri un’effettiva remissione della sintomatologia. Alcuni studi osservano miglioramenti significativi nel 42% dei casi, un dato che può aumentare al 60% quando il farmaco (clonazepam) viene associato a psicoterapia. Recentemente, è stato proposto l’impiego della venlafaxina (antidepressivo appartenente alla classe SNRI) ad alte dosi in combinazione con lo stesso clonazepam, proprio nel trattamento dei casi refrattari.

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