diabete e parodontite Sondaggio parodontale: lo strumento fondamentale per la diagnosi in parodontologia

Nell’epoca in cui internet si è stabilizzato come principale veicolo di informazione per i pubblico generalista, anche per quanto riguarda tematiche delicate di ambito medico, per i clinici è importante ristabilire con autorevolezza, e non con autorità o dogmatismo, il primato delle evidenze scientifiche. Qualunque odontoiatra, interpellato dal proprio paziente sulla tematica della riabilitazione implantologica, verosimilmente affermerà che, quando possibile (e qui andrebbero elencate le variabili che guidano il decision making), è sempre preferibile mantenere un elemento dentale naturale. È però importante chiarire il perché al paziente, il quale si trova letteralmente bombardato da informazioni contrastanti su di una opzione clinica che, va detto, ha comunque raggiunto risultati di eccellenza.

La sopravvivenza degli elementi dentali e degli impianti a confronto

Per rispondere al quesito, questo breve articolo di fondo fa riferimento a un testo molto interessante, recentemente apparso su di un numero speciale dello European Journal of Oral Sciences (non casualmente dedicato alla scuola dentale scandinava): si riflette su di uno dei dati considerati da qualsiasi studio di ambito implantologico, la sopravvivenza.

Diversi anni fa, Schätzle, Löe, Lang e altri, calcolarono la sopravvivenza del dente – a partire dalla data approssimativa di eruzione – stratificando i pazienti solamente sulla base dell’indice gengivale. Il dato della sopravvivenza a 10 anni nei primi due gruppi (pazienti che hanno raggiunto punteggi massimi di GI pari a 2) è del 100%, che scende di un solo punto percentuale nei pazienti del gruppo 3, in cui è stato costantemente rilevato sanguinamento al sondaggio. Gli Autori considerarono anche la sopravvivenza a 50 anni: il tasso rimane estremamente elevato (99.5%) per il gruppo 1, ovvero i pazienti con denti sani in assenza di sanguinamento gengivale, con una decrescita limitata nel gruppo 2 (93.8%) ed una ben più drastica per il gruppo 3 (63.4%), i quali verosimilmente sono andati incontro a problematiche parodontali.

Di origine nordeuropea è anche una delle prime revisioni sistematiche e meta-analisi l’incidenza di problematiche biologiche e tecniche in implantologia (Berglundh 2002). Il survival rate veniva quantificato su un follow-up di 5 anni e si attestava al 92% nel caso delle overdenture su impianti e al 95% per le riabilitazioni fisse. Dati più aggiornati indicano che il 2-3% degli impianti vengono persi in fase di guarigione, con un tasso di fallimento annuo stimato fra 0.3% e 1.3%. Sui 10 anni, ciò corrisponde a un tasso di sopravvivenza del 95.2% per la corona singola su impianto e del 93.1% per le protesi fisse su impianti.

Ecco dunque la risposta al quesito iniziale: per quanto elevati in termini assoluti, i dati di sopravvivenza di un impianto non saranno mai in grado di pareggiare quelli di un dente sano. Per questo, è corretto definire l’impianto come un’alternativa alla mancanza del dente e non al dente.

Riferimenti bibliografici

Symposium Contribution Free Access Dental implants – are they better than natural teeth? Bjarni E. Pjetursson Kristin Heimisdottir First published: 03 September 2018 https://doi-org.pros.lib.unimi.it:2050/10.1111/eos.12543

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