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Uno studio oculistico, realizzato qualche anno fa,  ha ritenuto conveniente modificare il suo assetto distributivo per ospitare al suo interno due colleghi odontoiatri. Vediamo quali sono stati gli interventi chiave di questa trasformazione.

Al giorno d’oggi la professione medica ha raggiunto dei connotati particolari estremamente differenti dalla situazione professionale dei decenni passati.
Le possibilità di organizzazione del lavoro, le opportunità diagnostiche e terapeutiche rese possibili dalle nuove tecnologie, oltre a un mutato approccio del paziente verso il rapporto con il medico, hanno portato al diffondersi di vantaggiose forme di aggregazione tra professionisti, operanti in differenti branche della medicina. Mi capita spesso di dover redigere un progetto di un ambulatorio nel quale colleghi specialisti in differenti campi si associano per condividere i locali nei quali esercitare la professione; tali aggregazioni hanno degli indubbi vantaggi sotto molteplici aspetti. Dal punto di vista professionale esistono delle sicure sinergie nell’offrire ai pazienti un’opportunità diagnostica e terapeutica nello stesso luogo.

Dal punto di vista, invece, che maggiormente mi tocca in qualità di architetto mi viene spontaneo sottolineare l’ottimizzazione di spazi e di risorse umane e impiantistiche che una commistione di questo tipo può sicuramente portare in modo vantaggioso. Riunire più medici all’interno di un unico studio professionale porta innanzitutto a una condivisione degli spazi comuni, quali la sala di attesa, i servizi per il pubblico, i locali di reception e amministrazione. Inoltre, qualora le specialità mediche lo consentano, anche alcuni locali di visita e trattamento possono essere condivisi, compatibilmente con la contemporaneità di presenza dei medici all’interno dello studio. Le sinergie generate tra le possibilità di offerta nei confronti del paziente sono sicuramente una carta vincente nel proporsi sul mercato. Dal punto di vista autorizzativo non esistono problemi da parte delle ASL. Tale attività viene classificata come ambulatorio medico polispecialistico, e i requisiti fisici dei locali non si discostano di molto da quelli di un normale studio odontoiatrico. Risulta quindi abbastanza frequente in questi ultimi anni di dover progettare studi che dovranno ospitare odontoiatri e dermatologi, chirurghi estetici e ortopedici o radiologi ecc.

La sala operatoria

Sala operatoria

Oltre agli spazi accessori sopraccitati, uno dei locali maggiormente appetibili in una tale condivisione è la sala operatoria.
Ovviamente il livello di classificazione di tale ambiente dipende dal tipo di interventi che vi si intende effettuare, ma anche una semplice sala, allestita con apparecchiature per sedazione profonda, strutturata in modo più asettico sia dal punto di vista dei materiali che dal punto di vista dell’aspetto estetico (un po’ di scena non guasta mai), potrebbe diventare un jolly vincente nella condivisione professionale tra colleghi. La casistica maggiormente frequente nel corso della mia professione di architetto mi ha portato spesso a intervenire in studi odontoiatrici esistenti, per modificarne l’assetto e poter ospitare all’interno della struttura anche colleghi di specialità differenti.

Da studio oculistico a studio odontoiatrico

Il caso che vorrei portare quale esemplificazione dell’argomento in oggetto riguarda invece un percorso al contrario: uno studio oculistico, realizzato qualche anno fa, ha ritenuto conveniente modificare il suo assetto distributivo per ospitare al suo interno due colleghi odontoiatri. Il pezzo forte di tale condivisione, oltre a un’ubicazione estremamente favorevole e di rappresentanza nel centro di Milano, è l’esistenza nello studio oculistico di una sala operatoria.

Lo studio occupa circa 220 mq di un edificio, la cui sagoma irregolare ha vincolato la disposizione dei vari locali in fase di progetto. Sull’unico lato lineare, che presenta 5 affacci verso l’esterno, sono infatti stati collocati gli ambienti che necessitano maggiormente di aerazione e illuminazione naturali dirette. Lungo gli altri lati ciechi sono stati collocati gli ambienti di servizio e quelli con permanenza saltuaria di persone.

L’ingresso è disimpegnato dal pianerottolo condominiale tramite una bussola e conduce a un’area reception di ampio respiro da cui si accede alla sala d’attesa, al bagno pazienti con relativo antibagno, a un piccolo ufficio per brevi colloqui amministrativi coi pazienti. Il banco reception, ampio, di forma circolare, funge da fulcro dell’area d’ingresso; è realizzato con frontale in muratura, trattato superficialmente come le pareti adiacenti, e piano in legno e vetro acidato. La sagoma del bancone è ripresa dal ribassamento del controsoffitto, che ne ricalca la circolarità, sottolineata dalla disposizione dei faretti lungo tutto il perimetro. Lo spazio a profondità irregolare antistante il banco viene ridimensionato dalla presenza di armadiature a tutta altezza, anch’esse trattate con lo stesso colore delle pareti, con una porzione a ponte sopra una nicchia in cui è collocato un divanetto per l’attesa. Non presentando affacci diretti verso l’esterno, la reception riceve luce tramite la parete vetrata, in cristallo trasparente, della sala d’attesa. Le pareti dell’area extra-clinica presentano un caldo color panna, il soffitto bianco, i pavimenti in ceramica chiara, lo zoccolino battiscopa in acciaio. Alle spalle dell’area amministrativa sono stati collocati lo spogliatoio e il bagno privato. L’area clinica è suddivisa in due settori: un primo, costituito da due studi di visita, due sale operative e una saletta diagnosi, e il secondo, il settore operatorio. Il quartiere chirurgico è articolato in diversi locali, intercomunicanti fra loro in base a quanto richiesto dalle normative specifiche per le sale operatorie. Questo studio infatti, al momento della sua progettazione originale, aveva scelto di puntare molto sulla qualità di asetticità del locale di intervento, essendo specializzato in interventi chirurgici al laser. Allo scopo era stata realizzata una sala con caratteristiche analoghe a quelle presenti in una sala operatoria convenzionale, seppur non richiesti dalla normativa ASL vigente. In particolare, il locale è stato pavimentato in pvc termosaldato con risvolti a sguscia e le pareti sono rivestite con un rivestimento vinilico a tutta altezza. L’impianto di condizionamento è a tutta aria esterna, dotato di flussi laminari e filtri assoluti. L’impianto elettrico è provvisto di gruppo di continuità di emergenza e il quadro è cablato con trasformatori di isolamento.

Il locale è stato allestito con un lettino operatorio su ruote, e una lampada scialitica è stata appesa in posizione centrale al locale.
Tutti gli altri arredi sono su ruote, per una maggior possibilità di sanificazione dell’ambiente. La sala è dislocata all’interno di un piccolo quartiere operatorio, composto da un filtro di accesso per pazienti e medici, una piccola saletta per degenza post operatoria, un’area di preparazione pre intervento e una sterilizzazione dedicata. La scelta di condividere lo studio con due odontoiatri ha portato quindi alla realizzazione di due sale operative, creando una piccola area di sterilizzazione in prossimità delle stesse, per non obbligare a condividere tale funzione impegnando il locale destinato esclusivamente all’area operatoria.

Ovviamente gli spazi dell’operatività odontoiatrica sono stati ridotti al minimo, data la mancanza di metrature supplementari a disposizione, ma il dimensionamento delle due sale operative non transige da criteri di ergonomia e specialmente non deroga dai requisiti minimi dimensionali imposti dal Regolamento Edilizio e dalle prescrizioni ASL.

La condivisione di spazi di attesa e del personale di amministrazione e reception ovviamente ha giocato un ruolo importante nell’affrontare gli oneri di una ristrutturazione, seppur parziale, dei locali finiti e funzionanti.

 

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