Supporto scientifico alla bone augmentation in implantologia postestrattiva

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L'implantologia postestrattiva rappresenta oggi una metodica di larga applicabilità e decisamente vantaggiosa in termini di tempi operativi. D'altra parte, diversi autori sottolineano come tale approccio comporti frequentemente la necessità di fronteggiare dei deficit, anche minoritari, della volumetria ossea, soprattutto in un'ottica di riabilitazione implantare protesicamente guidata. La condizione più immediata è quella derivante da una disparità volumetrica tra l'esito della procedura estrattiva appena condotta, ossia l'alveolo, e la fixture implantare che si desidera inserire in sua vece. Questa discrepanza conduce tendenzialmente alla formazione di gap marginale e/o di deiscenze/fenestrature ossee. Per questo motivo, viene largamente indicata, anche in virtù della predicibilità dei risultati, la messa in atto di metodiche di rigenerazione ossea.

Pur ribadendo l'accertata predicibilità delle tecniche di bone augmentation, alcuni autori ne dibattono l'impiego, o meglio l'universalità d'impiego. Sono infatti stati condotti alcuni lavori che hanno evidenziato come il mancato inserimento di innesto osseo possa condurre ugualmente a risultati soddisfacenti in termini di funzionalità e anche di resa estetica.

Implantologia post-estrattiva: revisione sistematica

A tale proposito, un gruppo di lavoro coreano (Lee o colleghi) si è proposto il non facile compito di mettere a confronto, nel contesto di una revisione sistematica della letteratura, le tecniche di implantologia postestrattiva, con e senza bone augmentation, per quanto riguarda esiti, tassi di fallimento e cambiamenti del margine osseo.

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Partendo da quasi 2700 documenti estrapolati dalle banche dati MEDLINE, EMBASE e LILACS, sono stati valutati 19 full text. 7 di questi lavori (6 trial clinici randomizzati e un CCT) sono stati portati alla meta-analisi: 3 di essi non riportano differenze significative in termini di rischio di fallimento; 4 sottolineano però come l'aggiunta dell'innesto comporti una contrazione orizzontale significativamente inferiore.

In un commento su JADA, Brignardello-Petersen considera alcuni limiti della revisione, reputata comunque a basso rischio di bias dal punto di vista metodologico. Il failure rate è sicuramente l'indicatore più importante per il clinico e anche per il paziente e, in questo caso, soffre della ristrettezza del campione. D'altra parte, una maggiore stabilità volumetrica a fronte della messa in atto di una procedura di bone augmentation è un dato che sorprende fino a un certo punto e che, pertanto, non può supportare da solo l'utilizzo estensivo dell'innesto.

Volendo dare una lettura clinica, nell'attesa dell'implementazione degli outcome, l'indicazione che ne deriva consiste innanzitutto nel rimarcare l'importanza della valutazione prechirurgica del quadro morfologico del singolo paziente, di modo da poter mantenere elastica la scelta attuata in sede intraoperatoria. Ragionando in termini generali, le evidenze potrebbero supportare la scelta “di compromesso” rappresentata dai materiali da innesto eterologo, impiegati nella maggior parte degli studi inclusi nella meta-analisi.

Riferimenti bibliografici

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/30600736

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/31003726

Supporto scientifico alla bone augmentation in implantologia postestrattiva - Ultima modifica: 2019-06-25T07:50:33+00:00 da redazione

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