Il fenomeno dello stress da contrazione nelle resine composite

Oramai da diversi anni i materiali compositi costituiscono lo standard operativo nell’ambito della terapia conservativa. Si è assistito a uno sviluppo di questi sia in termini di resa funzionale che di integrazione estetica. Dal punto di vista biomeccanico, l’interfaccia con il tessuto dentale costituisce un’area di importanza capitale per quanto riguarda la stabilità e il successo del restauro a medio-lungo termine. Su tale superficie avviene il processo adesivo ed è a partire da questa che vengono iniziate stratificazione e compattazione del materiale.

Uno degli aspetti fondamentali connessi al processo biochimico della polimerizzazione, che si riflette anche a livello macroscopico, è senza dubbio la contrazione. Si tratta di un fenomeno ampiamente dibattuto, che ha condizionato sia le tecniche di stratificazione, sia la ricerca nei materiali. Il fenomeno costituisce appunto la conseguenza dell’avvicinamento dei monomeri a livello microscopico. Per questo, al di là della ricerca dell’ipotetico prodotto zero shrinkage, considerato idealmente il composito perfetto, sono ormai diversi anni che i produttori considerano pienamente validi i compositi con un tasso di contrazione inferiore al 1%. Alla contrazione è potenzialmente connesso uno stress, a sua volta dipendente da una serie di fattori, comprendenti le dimensioni del monomero, l’irrigidimento durante la polimerizzazione, la velocità di reazione e la già citata meccanica di adesione.

Più che il fenomeno in sé, quindi, in molti si sono domandati quale potesse essere il peso nell’ambito clinico dello stress da contrazione. Di questa tematica si è recentemente occupata un’interessante revisione della Letteratura a cura di Ferracane e Hilton (2015).

Gli Autori osservano come il background di studi in vitro sia molto ampio e si esprima in maniera piuttosto uniforme sul fatto che la contrazione possa produrre effetti clinici negativi, legittimando così la ricerca in vivo. Qui viene suggerito come la formazione di carie secondarie costituisca la prima condizione ad imporre la realizzazione di un nuovo restauro, seguita dalla frattura, che però sembra acquisire un peso maggiore nel lungo periodo.

Ricollegandosi a quanto detto precedentemente, i dati clinici sembrano indirizzare proprio sull’interfaccia dente-restauro. Ammettendo che i mezzi attuali non permettano di ottenere lo stesso grado di adesione in tutti i casi e di realizzare una superficie omogeneamente liscia in tutte le aree del dente, bisogna supporre che sia lo stress da contrazione a trarre vantaggio da tali difformità. In conclusione pare del tutto corretto ribadire, sulla base di tale assunto, la necessità di attenersi ai protocolli volti a minimizzare il fattore della contrazione stessa. Ancora una volta pare indispensabile, anche in riferimento a prodotti particolari quali i compositi bulk-fill, la stretta attinenza alle indicazioni fornite dai produttori.

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Il fenomeno dello stress da contrazione nelle resine composite - Ultima modifica: 2017-03-19T07:01:41+00:00 da redazione

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