DM_il dentista moderno_endodonzia_radiotrasparenze periapicali_cone beam

Negli ultimi anni si è assistito a un ampliamento dell’utilizzo dell’imaging tridimensionale in odontoiatria. La tomografia computerizzata cone beam trova principalmente impiego nelle discipline chirurgiche ma sono in aumento i protocolli operativi che ne documentano l’utilizzo, soprattutto in ortodonzia, ma anche nelle altre branche della materia. In endodonzia, in particolare, il clinico beneficia delle nuove sistematiche di riduzione del field of view (FOV), il che permette una resa ad alta risoluzione dell’area di interesse a un costo biologico ridotto. Naturalmente, la dose radiante rimane comunque non paragonabile a quella di una semplice radiografia endorale, rispetto alla quale la CBCT rimane legittimamente un esame di secondo livello, dedicato quindi allo studio di casi complessi. L’American Association of Endodontists e l’American Academy of Oral and Maxillofacial Radiology definiscono la CBCT a FOV ridotto il gold standard nella valutazione radiografica di fallimento di un precedente trattamento endodontico. L’esame ha infatti un’elevata sensibilità nell’individuare aree ipodense periapicali o periradicolari. Tale esame si presta dunque particolarmente alla valutazione di ritrattamento ortogrado.

Si consideri a questo punto la tematica sotto il punto di vista opposto: avere a disposizione una tale tecnologia diagnostica condiziona effettivamente le scelte cliniche del professionista? È quanto si è domandato Rodriguez a monte del proprio articolo, pubblicato a metà 2017 sul Journal of Endodontics.

Lo studio ha coinvolto un totale di 120 odontoiatri, di cui 80 generalisti e 40 endodontisti, professionisti che abbiano cioè svolto un postgraduate della durata di almeno due anni in endodonzia e che dedichino a tale disciplina la maggior parte della proria pratica. A tutti è stato richiesto di osservare prima le radiografie periapicali, poi (a distanza di 4 settimane di wash-out) le CBCT relative agli stessi 8 casi (esclusi supporto parodontale sfavorevole, fratture coronali o radicolari e carie secondarie), valutando di volta in volta il trattamento più adatto per ciascuna (1-3 mantenimento, di cui ritrattamento ortogrado al numero 1, 4 estrazione) e la difficoltà (crescente da 1 a 5) richiesta dalla scelta.

Si osserva una tendenza al cambio di opinione praticamente nella metà dei casi tra tutti i clinici interpellati. Considerando separatamente i gruppi, la tendenza è più elevata tra gli specialisti endodontisti (52.2%) rispetto ai generalisti (45%), differenza questa statisticamente significativa. In generale, non aumenta la difficoltà della scelta.

L’orientamento tende a muoversi in senso meno conservativo in entrambi i gruppi, che praticamente vanno a raddoppiare le indicazioni alla chirurgica: limitatamente a tale decisione, tuttavia, si osserva anche un incremento significativo della difficoltà. Da una parte, ciò conferma nella clinica la sensibilità della CBCT nell’individuare complicanze intrinseche o estrinseche alla radice trattata, al contempo, stabilisce la curva di apprendimento necessaria alla corretta interpretazione dell’esame ai fini del ritrattamento.

Riferimenti bibliografici

http://decisionsindentistry.com/article/approaches-to-nonsurgical-root-canal-retreatment/

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/28689702

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