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Nel corso di una serie di articoli, è stato compiuto un ampio excursus sul ruolo della prima linea di approccio alla malattia parodontale, ovvero la terapia non chirurgica, sia dal punto di vista del razionale scientifico che della messa in pratica alla poltrona. A conclusione di questo segmento tematico, pare interessante prendere in considerazione quali possano essere le possibili prospettive evolutive del trattamento in esame. Tale argomento è già stato parzialmente indagato da alcuni articoli monotematici, dedicati all’impiego di laser, terapia fotodinamica e ozonoterapia. Queste stesse tematiche erano state trattate dal dott. Anam Mushtaq in un interessante articolo, pubblicato nel 2017 sull’International Journal of Applied Dental Sciences. Qui di seguito verranno considerate le altre, forse più sorprendenti, nuove opzioni terapeutiche proposte dall’Autore. È ampiamente documentato come il potenziale patogenetico del microbiota orale sia correlato tanto alle caratteristiche biologiche e metaboliche di alcune specie batteriche (i patogeni parodontali appunto), quanto alla capacità da parte di alcune di queste di aggregarsi, formando quella particolare struttura struttura denominata film batterico o biofilm. In riferimento al primo fattore, diverse ricerche si sono proposte di poter sviluppare un “vaccino parodontale”. Le ricerche si sono soffermate tanto sullo spettro – la malattia parodontale richiede necessariamente un target polimicrobico – quanto sulla modalità di delivery: sono stati sviluppati spray nasali, cerotti transcutanei, “gene guns” basati su cellule batteriche intere, gingipaine, fimbrie, proteine heat shock o addirittura metodiche di immunizzazione passiva con anticorpi monoclonali. La comune terapia non chirurgica (scaling e root planing) è a tutti gli effetti un approccio meccanico di controllo del biofilm. Sono stati sviluppati protocolli che vi addizionano un aggressione di tipo chimico (ad esempio con gel a base di perossido di idrogeno) e che hanno fornito riscontri significativi. Una prospettiva ampia è la possibilità di intervenire direttamente a livello microscopico. Una molecola (E1) della classe delle resolvine, modulatori dell’infiammazione studiati in diversi ambiti medici, ha manifestato un effetto protettivo del parodonto sul modello animale. Alcune metodiche nanotecnologiche possono essere sfruttate nella drug delivery di molecole antibatteriche, con azione specifica sui parodontopatogeni. Terapia genica: questa tecnologia ha mostrato del potenziale nella guarigione della ferita parodontale, dunque in ambito rigenerativo. In particolare, è possibile lavorare indirettamente su fattori di crescita e recettori delle citokine, rendendole stabilmente biodisponibili nel confronto con la singola applicazione. In altre parole, l’azione di molecole quali le proteine ossee morfogeniche (BMP) sarebbe resa costitutiva. Anche la metodologia della RNA interference (RNAi) è stata descritta nell’ambito della rigenerativa tissutale. Utilizzando delle catene oligonucleotidiche complementari agli mRNA della cellula target sarebbe possibile silenziare proliferazione o differenziamento di cellule proinfiammatorie o proapoptotiche. In conclusione, è possibile attendersi e auspicare che il paradigma clinico della parodontologia del futuro derivi da una convergenza di competenze ultraspecialistiche che pescano anche dalla genetica, dalla biologia molecolare e dalle biotecnologie. Riferimenti bibliografici https://www.researchgate.net/publication/320852859_Newer_non-surgical_modalities_in_the_periodontal_therapy

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