La terza classe scheletrica rappresenta forse la sfida più temuta dall’ortodontista, in quanto si tratta di una condizione a eziologia complessa, con una prognosi a lungo termine correlata a vari fattori. Un concetto largamente accettato è quello che indica nella crescita, paradossalmente, il principale fattore in opposizione alla stabilità a lungo termine delle terze classi trattate. Diversi studi hanno infatti evidenziato come questi pazienti, rispetto ai soggetti di prima e seconda classe, vadano incontro a uno scatto di crescita maggiormente protratto nel tempo, soprattutto a livello mandibolare.

Per questa ragione, l’approccio maggiormente indicato prevede di trattare questi pazienti il prima possibile, comunque in fase pre-puberale. Il protocollo di trattamento ortopedico-ortodontico maggiormente diffuso nella pratica è di tipo combinato: prevede l’espansione mascellare rapida seguita dalla trazione mascellare con maschera facciale.

In questo senso, nella pianificazione della terapia, sarebbe utile avere a disposizione delle variabili predittive di stabilità che siano valide e facilmente utilizzabili.

Pubblicità

Sono proprio queste l’oggetto della ricerca di un interessante studio scientifico, condotto presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, e recentemente pubblicato su Progress in Orthodontics.

L’indagine è stata impostata in maniera retrospettiva e ha coinvolto un totale di 31 pazienti, tutti con malocclusione di terza classe, in dentizione mista e in fase precoce di crescita (cervical stage 1, massimo 2). Tutti i pazienti sono stati trattati, appunto, con espansione mascellare rapida, trazione mascellare e bite block. I pazienti sono stati rivalutati a fine crescita, quindi a permuta completa e in fase CS4. Sulla base della stabilità del trattamento, sono stati divisi in un gruppo “success” da 12 elementi e in uno, maggiormente numeroso (19 pazienti), di recidive. Sono state effettuate digitalmente misurazioni cefalometriche sagittali e verticali e sono stati effettuati confronti inter e intra gruppi.

Al tempo zero, i soggetti che sarebbero poi andati incontro a recidiva riportavano un diametro trasversale anteriore significativamente superiore a livello mascellare. La situazione si ribaltava tuttavia all’analisi finale, quando lo stesso parametro è risultato significativamente maggiore nei pazienti trattati con successo. Questi ultimi hanno, inoltre, mostrato sempre una lunghezza significativamente superiore sul piano sagittale.

Gli autori hanno pertanto concluso affermando che la presenza di un mascellare superiore relativamente corto e stretto, in paziente prepubere affetto da malocclusione di terza classe, possa costituire un doppio fattore predittivo per il fallimento di un trattamento ortopedico-ortodontico anche precocemente instaurato.

Analizzando i diametri mandibolari, gli sperimentatori hanno rilevato come una stabilità a livello trasversale possa rappresentare un fattore predittivo di successo.

Riferimenti bibliografici relativi alla terza classe scheletrica

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/34541628/

Predittori di stabilità nel trattamento della terza classe scheletrica - Ultima modifica: 2021-09-29T06:08:52+00:00 da redazione

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome