L’odontostomatologia sportiva, in corsa verso nuovi traguardi

Questa nuova branca dell’odontoiatria sta cercando di farsi conoscere, non senza fatica, anche al di fuori del proprio settore, dato che è soprattutto con la medicina sportiva che dovrebbe confrontarsi. Nonostante le difficoltà che sta incontrando, soprattutto di ordine culturale, secondo alcuni darà nuova linfa all’odontoiatria

Odontoiatria e medicina sportiva possono convivere sotto lo stesso tetto? Secondo gli esperti convenuti all’VIII Congresso Nazionale della Società Italiana di Odontostomatologia dello Sport (SIOS), svoltosi il 6-7 dicembre 2013 a Chieti, presso l’Università degli Studi “G. D’Annunzio”, sembrerebbe proprio di sì, nonostante le difficoltà di comunicazione ancora oggi esistenti tra le due discipline. Eppure è da due decenni che la SIOS, nata nel 1994 con l’obiettivo di far crescere questa branca dell’odontoiatria, si sta impegnando per promuovere l’affermazione di una nuova figura professionale, quella dell’”odontoiatra dello sport”. “Le sporadiche relazioni esistenti tra la medicina dello sport e l’odontoiatria generale non sono più sufficienti per rispondere ai bisogni attuali dei pazienti”, esordisce Domenico Tripodi, presidente della Società Italiana di Odontostomatologia dello Sport, nonché docente di Pedodonzia all’Università “G. D’Annunzio” di Chieti, dove è direttore del corso di perfezionamento in Odontostomatologia dello Sport. “Alla luce delle conoscenze attuali, per trattare correttamente il paziente atleta odontopatico, per prevenire l’insorgenza di diverse patologie, ma anche per migliorare e rendere più sicure le performance sportive, oggi è necessario adottare un approccio sistematico e razionale che solo professionisti adeguatamente formati possono assicurare”. Per l’odontoiatra, la sfida è allettante sotto il profilo professionale, ma anche economico, considerando i numeri importanti di chi oggi pratica sport a livello agonistico o anche solo amatoriale (vedi box). All’odontoiatra non resta dunque che scendere in campo, insieme agli atleti e ai medici sportivi, questi ultimi, però, a dire il vero, ancora un po’ refrattari a considerare il contributo che anche l’odontoiatria potrebbe assicurare alla causa sportiva.

L’ecosistema orale, il nostro vero oggetto di interesse

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L’impegno della Società Italiana di Odontostomatologia dello Sport nel voler affermare il valore di questa disciplina sta trovando qualche ostacolo, anche se il processo di riconoscimento dell’”odontoiatra dello sport” sembra ormai inarrestabile. “Le resistenze attuate da una parte dei medici che esercitano la medicina sportiva continuano a esserci”, denuncia  Domenico Tripodi, “tuttavia qualche passo avanti lo stiamo facendo, anche perché per noi la questione non riguarda solo la problematica sportiva o traumatologica. Il nostro scopo è quello di portare avanti una visione del paradenti diversa da quella usuale, focalizzando l’attenzione anche sull’ecosistema orale. Con l’Università di Chieti, insieme alla Dottoressa Simonetta D’Ercole, e al past president della SIOS, il Professor Enrico Spinas e altri coautori abbiamo realizzato un libro dal titolo, “Odontoiatria e sport” (Edi-ermes), nel quale abbiamo posto attenzione a tutte le tematiche: gnatologiche, traumatologiche, implantari, dell’eco sistema orale e medico-legali. Oltre a questo, la nostra società scientifica si sta prodigando nel promuovere la prevenzione sia nel mondo agonistico, sia nello sportivo giovane, in età evolutiva, per poterlo preparare a diventare un agonista adulto e disciplinato, ma anche sano dal punto di vista odontostomatologico”.

Diverse sono le ricerche praticate in questo settore. “Innanzitutto abbiamo testato le variazioni del cavo orale, sia delle immunoglobuline, sia dei mutamenti batterici nei bambini e negli adulti che avvengono quando si pratica sport”, spiega Tripodi, “perché durante l’attività sportiva, infatti, si hanno un abbassamento delle immunoglobuline secretorie e un consequenziale aumento dei batteri orali, stati che possono indurre a processi cariosi e a una dissoluzione dello smalto. Questo deriva anche dal fatto che gli atleti, a qualsiasi età, fanno largo uso, durante lo svolgimento delle attività sportive, di bevande zuccherate con un pH molto basso, anche inferiore a 3. Ulteriori conseguenze derivano dalle variazioni ambientali dovuti ai diversi luoghi in cui si pratica l’attività sportiva: ambienti chiusi o aperti ma esposti alle intemperie atmosferiche, ambienti acquatici, aerei o in altitudine”.

I numeri ufficiali dello sport

Gli sportivi sono un potenziale bacino d’utenza in continua crescita. È quanto si desume dall’ultimo studio redatto dall’ufficio osservatori Statistici per lo Sport della CONI Servizi Spa, di cui presentiamo un estratto. “Nel 2012, l’attività sportiva promossa dalle 45 Federazioni Sportive Nazionali (FSN) e dalle 19 Discipline Sportive Associate (DAS), riconosciute dal Coni”, si legge nel documento, “coinvolge oltre 4 milioni e 600 mila atleti tesserati e può contare su oltre 74 mila nuclei associativi, di cui 66 mila sono società sportive e 8 mila sono “altri nuclei”, vale a dire società in attesa di regolare affiliazione o di gruppi organizzati che promuovono forme particolari di attività sportiva e ricreativa”. La progressiva crescita degli atleti, registrata negli ultimi anni, nel 2012 si è stabilizzata (+0,1%), complice la crisi economica degli ultimi anni che, seppur in misura ridotta rispetto ad altri settori, s’è comunque fatta sentire. Tuttavia, i segni positivi rilevati all’interno delle FSN-DSA lasciano ben sperare, anche grazie all’impegno delle “federazioni che hanno provato a coinvolgere le fasce di età più giovani, attraverso l’organizzazione di progetti scolastici, e grazie alla capacità di intercettare quei segmenti di popolazione interessati ad adottare stili di vita salutari, attraverso l’attuazione di programmi mirati a sviluppare l’attività sportiva di base”. Il Italia, lo sport più diffuso è il calcio con 1 milione e 117 mila giocatori tesserati. “Da diversi anni, le prime sette posizioni della classifica per numero di atleti tesserati sono occupate stabilmente dalle federazioni calcio (con una quota percentuale sul totale degli atleti tesserati del 27,5%), pallavolo (8,5%), pallacanestro (7,3%), tennis (6,6%), pesca sportiva e attività subacquee (4,5%), seguite da atletica leggera e Motociclismo. Le prime dieci federazioni insieme costituiscono il 69,5% del tesseramento nazionale degli atleti”.

Rispetto alla distribuzione territoriale, al Nord la presenza di atleti è più alta rispetto al resto d’Italia e scendendo verso il Meridione il divario aumenta. La regione dove si pratica più sport è la Valle d’Aosta che conta 17.616 atleti e 272 società sportive ogni 100 mila abitanti. Anche in Friuli Venezia Giulia, Marche e Trentino c’è un’alta concentrazione di atleti (oltre 11.700 atleti ogni 100 mila abitanti), mentre a livello nazionale gli indici relativi individuano 7.830 atleti e 113 società sportive ogni 100 mila abitanti. In termini assoluti, invece, le regioni con il più alto numero di praticanti sono la Lombardia (865.753 tesserati), il Veneto (466.955) e il Lazio (413.344), seguite Emilia Romagna e Piemonte: cinque regioni dove si concentra il 54% del tesseramento nazionale atleti. Infine, i dati Istat sull’attività fisico sportiva 2012 mostrano la presenza di una parte cospicua del movimento sportivo che gravita anche all’esterno dell’ambito federale: si stimano circa 2 milioni e 618 mila amanti dello sport (fonte FSN/DSA) che svolgono attività sportiva in modo saltuario e/o autonomo all’interno delle strutture associative federali. Complessivamente, dunque, secondo le ultime stime diffuse dall’Istat, in Italia sono quasi 13 milioni le persone, di età superiore ai tre anni, che dichiarano di praticare attività sportiva in modo continuativo, con un peso percentuale sulla popolazione del 21,9%. “Un altro 9,2% pratica sport saltuariamente, mentre un consistente 29,7% pratica soltanto qualche attività fisica. Nel 2012, gli italiani che dichiarano di condurre una vita sedentaria sono oltre 23 milioni e 32 mila, con un’incidenza percentuale che, dal 39,8%, registrato nel 2011, scende al 39,2%”.

I risultati degli studi promossi dalla Società Italiana di Odontostomatologia dello Sport suggeriscono agli atleti di utilizzare il paradenti in maniera diversa rispetto a quanto fatto sino a oggi, tanto da combattere quelli da banco venduti nei grandi magazzini o nei negozi di articoli sportivi, perché non personalizzati. “Nelle nostre ricerche, il paradenti” spiega Tripodi “in un primo momento è stato adoperato come mezzo di prevenzione traumatologica e successivamente come ausilio nella prevenzione della carie, perché inserendo al suo interno fluoro, caseina, colostro e clorexidina si può proteggere il cavo orale sia dagli insulti esterni, sia da quelli interni scaturenti dallo sforzo stesso. Successivamente, abbiamo trasformato il paradenti in bite o splint, per dare, oltre alla protezione, un aumento della performance. Abbiamo fatto delle misurazioni mediante l’uso di pedane posturostabilometriche ed eseguito l’elettromiografia per valutare lo stato gnatologico, l’occlusione del paziente e quindi provare a stimarne la forza. Gli atleti sono testati prima e dopo l’attività, all’inizio del campionato e poi a metà anno, per apprezzarne gli eventuali potenziamenti. Il nostro obiettivo è quello di allargare gli orizzonti dell’odontoiatra, perché ormai abbiamo i dati per affermare che si possono potenziare molto le performance dell’atleta migliorando l’occlusione, nonché prevenire i processi cariosi e quelli di dissoluzione dello smalto”.

Il paradente ideale, sostiene Tripodi, è quello individuale e pluristrato. “Nell’età dello sviluppo, anche per una ragione economica”, ricorda il presidente della SIOS, “a volte vengono ancora oggi impiegati i cosiddetti boil and bite (scalda e mordi), di ultima generazione, tuttavia i migliori dispositivi sono quelli personalizzati, che davvero possono svolgere un ruolo importante, innanzitutto negli sport prettamente di contatto quali il rugby, il calcio, il basket e la pallavolo. Negli Stati Uniti, ad esempio, i giocatori di hockey sono obbligati a utilizzarli, dato che le compagnie di assicurazione pretendono che siano impiegati”. Anche la SIOS, nel Triveneto, grazie al supporto delle Regioni interessate che si sono mostrate sensibili al problema, sta lavorando affinché venga introdotto l’obbligo del paradenti per lo sciatore. “Stiamo cercando di realizzarlo con i sistemi CAD-CAM”, fa sapere Tripodi, “su un progetto del vice presidente Dott. Fabrizio Fontanella, per facilitarne la diffusione commerciale anche a distanza. Sebbene appaia un progetto po’ futuristico, tuttavia abbiamo dalla nostra parte la tecnologia, perché le nuove metodiche permettono di progettare e realizzare questi dispositivi che, anche grazie all’uso di materiali innovativi, hanno costi più contenuti e dunque più sostenibili”.

Un bite per ogni esigenza

Il bite destinato all’atleta deve comportare il minor ingombro possibile in bocca, essere di facile inserimento e disinserimento, ma anche permettere una buona deglutizione. Inoltre deve assicurare uno stress minimo sui denti, una buona stabilità dimensionale e possedere superfici di contatto ben levigate, con contorni che rispettino le gengive e le mucose e bordi arrotondati per evitare disturbi alla lingua. I bite, chiamati anche placche occlusali, possono essere di resina, di metallo o di materiali plastici stampati. In funzione del materiale di costruzione, possono essere morbidi, semirigidi o rigidi. Quelli morbidi hanno una durata non superiore ai 18 mesi. Anche per questo, a causa dei costi che questi dispositivi comportano, il loro impiego è un po’ penalizzato, ancor di più nei soggetti in età evolutiva per i quali il bite deve essere sostituito con una frequenza anche maggiore. Seppur impiegabili in tutti gli sport, senza particolari controindicazioni, è la disciplina sportiva, ma soprattutto l’atleta a stabilire quale sia quello più compatibile con le proprie caratteristiche. Tuttavia, in generale, negli sport prevalentemente anaerobici, caratterizzati da un’alta intensità, come la corsa di velocità e lo sci alpino, sono preferibili bite rigidi che costringono la mandibola in una posizione fissa anche in condizioni di grosso stress occlusale. I bite morbidi, invece, sono più indicati negli sport a media intensità, ma prolungati nel tempo, dato che nella pratica di queste discipline un corpo estraneo rigido in bocca risulterebbe fastidioso, oltre che di impedimento alla respirazione e alla deglutizione.

Finora però poche persone si sono spese per questa causa. La divulgazione dovrebbe partire anche dalle università per aprire un nuovo fronte di lavoro per gli odontoiatri, ma anche perché questo rappresenta un investimento futuro e preventivo nei confronti delle società sportive. Per fortuna, anche grazie al fruttuoso coinvolgimento della Società Italiana di Odontoiatria Infantile (SIOI), della quale Tripodi fa parte, essendo membro del Consiglio Direttivo Nazionale, qualcosa sta cambiando. “Tra i professionisti che praticano l’odontoiatria infantile sta aumentando la sensibilità al problema su come prevenire i danni sportivi nell’età evolutiva”, fa sapere Tripodi, “d’altronde l’educazione alla prevenzione odontoiatrica la si può impartire già in età scolare, perché i bambini sportivi di oggi saranno gli atleti adulti di domani. Speriamo che questo aiuti l’odontostomatologia sportiva ad affermarsi definitivamente come disciplina”. 

L’odontostomatologia sportiva, in corsa verso nuovi traguardi - Ultima modifica: 2014-01-10T10:45:44+00:00 da fabiomaggioni

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