L’odontoiatria, come tutte le discipline chirurgiche, negli ultimi anni è stata fortemente influenzata dal razionale del minimamente invasivo. Ciò vale, appunto, non solo per le branche prettamente chirurgiche (chirurgia orale, implantologia), ma anche per le tecniche ricostruttive e conservative.

Il razionale di base, in endodonzia, consiste nel mantenimento della quota più alta possibile di struttura coronale. L’associazione positiva tra dentina preservata e resistenza alla frattura, pur logica, necessita di essere confermata sperimentalmente, come osservato da Silva nell’incipit del proprio articolo, recentemente pubblicato sull’International Endodontic Journal.

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Lo studio citato ha messo a confronto la cavità di accesso tradizionale – il termine indica la completa asportazione del tetto camerale con creazione di accessi diretti ai terzi coronali dei canali radicolari – con la cavità di accesso definita ultraconservativa, ovvero la perforazione del tetto in corrispondenza della fossa centrale, senza ulteriori estensioni.

Il modello sperimentale ha previsto di indagare un totale di 60 primi molari estratti intatti, tutti sottoposti a scansione con micro-TC, quindi randomicamente distribuiti su due gruppi numericamente equivalenti.

Per mantenere il più elevato grado di standardizzazione possibile, tutte le terapie canalari sono state condotte al microscopio operatorio da uno stesso endodondista esperto.

Metà degli elementi sono stati sottoposti ad accesso tradizionale, metà alla procedura mininvasiva. Si ribadisce che la prima tecnica è consistita nella completa asportazione del tetto camerale, con creazione di una cavità a pareti divergenti coronalmente e di accessi diretti e rettilinei a ciascuno degli orifizi canalari. La seconda ha previsto la creazione di un accesso in corrispondenza della fossa centrale, con il mantenimento della quantità maggiore possibile di tetto camerale e dentina pericervicale.

Da qui in poi, il protocollo è tornato uguale per tutti i campioni: ciascuno è stato trattato con sistema reciprocante, otturato con singolo cono calibrato, infine ricostruito.

A procedura terminata, ogni campione è stato sottoposto a test di resistenza alla frattura. Le forze (in Newton) necessarie a determinare il danno sono state registrate e sottoposte ad analisi statistica per gruppi.

In primo luogo, gli autori riportano i risultati di un’analisi volumetrica, che ha attestato come la tecnica ultraconservativa abbia effettivamente determinato un risparmio significativo di tessuto.

L’analisi della resistenza alla frattura, tuttavia, non ha rilevato differenze significative tra approccio classico e approccio minimamente invasivo.

In conclusione, lo studio ha rilevato come l’apertura di camera ultraconservativa, almeno dal punto di vista della resistenza alla frattura, non apporti vantaggi. Questo dato deve comunque essere soppesato, nelle scelte dell’operatore, con altri aspetti, positivi (maggiore facilità nella ricostruzione) e negativi (maggiore difficoltà tecnica).

Riferimenti bibliografici a proposito dell'apertura di camera

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/33527413/

L’adozione di una tecnica di apertura di camera mininvasiva riduce il rischio di frattura? - Ultima modifica: 2021-05-25T11:44:47+00:00 da redazione

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