La fluorizzazione delle acque: necessità di aggiornamento delle evidenze

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La malattia cariosa non costituirà forse una patologia grave, in senso assoluto, ma si caratterizza indiscutibilmente per l’elevato impatto sociale. Nel 2017, il Global Burden of Disease dell’Organizzazione Mondiale della Sanità indica nella carie non trattata come la condizione patologica in assoluto più comune. Nel 2015, gli allora 28 paesi dell’Unione Europea riferivano di spendere solo per il diabete e la patologia cardiovascolare più che per la carie. La pandemia ha acceso un faro, presso l’opinione pubblica, riguardo la sostenibilità economica della sanità, tema che, comunque, OMS e ONU avevano iniziato ad affrontare già da anni.

In realtà, nei paesi ad alto income, il trend dell’ultimo quarantennio, riguardo la prevalenza della malattia cariosa, è stato di costante decrescita. Il merito di ciò è, senza dubbio, da attribuire alle politiche di prevenzione adottate dai diversi stati.

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La somministrazione di fluoro è una metodica preventiva fondamentale e insostituibile, come chiaramente riferito anche dalle Linee Guida di salute orale, sia di ambito pediatrico che dedicate al paziente adulto, pubblicate dal Ministero della Salute italiano.

Una delle metodiche che possono essere contemplate è rappresentata dall’aggiunta di composti a base di fluoro all’acqua potabile: la cosiddetta fluorizzazione delle acque.

Tale strategia viene largamente accolta soprattutto da governi del mondo anglosassone. Più del 70% degli statunitensi e addirittura l’89% degli australiani ha accesso ad acqua fluorurata. In Gran Bretagna, in realtà, il dato scende al 10%, peraltro frutto di un’opera di implementazione, iniziata nel 1995. Il dato si azzera praticamente quando si guarda alla maggior parte dei paesi dell’Europa continentale, i cui protocolli si basano sulla somministrazione topica del fluoro, ad esempio tramite le paste dentifricie. L’Italia, paese che peraltro si caratterizza per l’elevato consumo di acqua minerale, non adotta la fluorizzazione delle acque. Le già citate linee guida indicano nello 0.7 mg/L la concentrazione di fluoro ottimale a fini protettivi: si tratta della stessa soglia indicata, dal governo britannico ad esempio, per definire un individuo esposto.

L’articolo di Moore, recentemente pubblicato sul British Dental Journal, ha constatato che gli studi su cui si basano le valutazioni di costo-efficacia sono, a loro volta, vecchi di 40 anni. Nel 2015, su Cochrane Oral Health è apparsa una revisione sistematica sull’argomento, rilevando un elevato rischio di bias e una base scientifica, effettivamente, risalente alla seconda parte degli anni ’70.

Moore e colleghi si sono proposti di valutare la costo-efficacia della fluorizzazione delle acque nell’adolescente e nell’adulto.

Lo studio è stato impostato retrospettivamente, analizzando un decennio di dati clinici relativi a pazienti trattati dal sistema sanitario nazionale britannico. L’esposizione alle acque fluorurate è stata incrociata con la necessità di trattamenti dentali invasivi. Dai risultati di questo lavoro deriverà un importante aggiornamento delle evidenze sul tema delle strategie di somministrazione di fluoro, oltre che una ridefinizione dei parametri clinici ed economici con cui viene inquadrato in epidemiologia l’impatto della malattia cariosa.

Riferimenti bibliografici a proposito di fluorurazione delle acque

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC7820470/#CR16

La fluorizzazione delle acque: necessità di aggiornamento delle evidenze - Ultima modifica: 2021-06-02T06:24:23+00:00 da redazione

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