La disestesia occlusale (phantom bite)

Teoria della sensibilizzazione dei recettori parodontali

Si basa sul presupposto che i pazienti con panthom bite abbiano una soglia più bassa di attivazione dei recettori parodontali. La sensibilità di un sistema sensoriale è uguale a 1/soglia, per cui se diminuisce la soglia aumenta la sensibilità; la soglia assoluta si definisce come il più piccolo stimolo rilevabile. L’entità di una sensazione è in funzione dell’intensità dello stimolo che la produce secondo un rapporto matematico definito “funzione psicometrica” espressa dalla legge di Weber-Fechner (Figura 1).

1. Caratteristiche della funzione psicometrica.

Secondo Imeri e Mancia, “la soglia al di sotto della quale uno stimolo non viene percepito viene modificata da fattori psicologici e farmacologici”. Questo concetto ci porta a un collegamento con le altre due teorie, quella psicologica e quella del fenomeno fantasma. Tsukiyama e coll. hanno effettuato recentemente uno studio clinico controllato su 12 pazienti affetti da disestesia occlusale rispetto a 12 pazienti sani volontari. È stata valutata la soglia di sensibilità dei recettori parodontali utilizzando dei blocchetti metallici di spessori diversi interposti fra i denti delle due arcate. Agli stessi pazienti sono stati somministrati due test psicologici: il GHQ60 e il POMS. Il primo è composto da 4 sottoscale: sintomi somatici, ansia/insonnia, disturbo sociale e depressione severa. Il secondo da 6 sottoscale: ansia, depressione, ostilità, vigore, fatica e confusione. Riguardo alla soglia di sensibilità dei recettori parodontali non sono state trovate differenze significative fra i due gruppi. Lo stesso risultato era emerso da uno studio simile effettuato da Baba e coll. nel 2005. Pertanto si potrebbe escludere, almeno come causa principale della disestesia occlusale, una maggiore sensibilità dei recettori parodontali. Per quanto riguarda i risultati dei test psicologici, nello studio di Tsukiayama sono risultate delle differenze significative. Per il GHQ60 nel gruppo di studio, rispetto a quello di controllo, vi era uno score più alto per i sintomi somatici e per la depressione severa; per il POMS uno score più alto per la depressione e più basso per il vigore. Questi dati ci allacciano alla seconda ipotesi: l’origine psicologica.

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Teoria dell’origine psicologica

Reeves e Merril hanno considerato la disestesia occlusale come un disturbo di tipo psicologico e ne hanno proposto un inquadramento secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dell’America Psychiatric Association, il DSM-IV-TR. A loro parere essa può essere classificata nell’ambito dei disturbi somatoformi (Tabella 2), in particolare come disturbo somatoforme indifferenziato (Tabella 3). Per quanto riguarda la diagnosi differenziale, rispetto ad altri disturbi somatoformi bisogna seguire i seguenti criteri. Nel disturbo di somatizzazione devono sempre essere presenti, insieme a quelli pseudo-neurologici, anche sintomi dolorosi, gastro-intestinali e sessuali. Rispetto al disturbo di conversione (Tabella 4) non è facile fare la distinzione; esso consiste nella presenza di sintomi causati da un conflitto psichico e convertiti inconsciamente in disturbi con caratteristiche simili a quelle di una malattia neurologica. Si parla di conversione in quanto il paziente converte il conflitto psicologico in un’affezione fisica, con perdita di funzioni motorie o sensitive. Storicamente potrebbe corrispondere al disturbo isterico descritto da Sigmund Freud. In questo caso, però, l’agente eziologico che ha scatenato o esacerbato i sintomi non è una terapia odontoiatrica, ma un conflitto psicologico o uno stress rilevabili con un’accurata anamnesi psico-sociale. Si può fare facilmente una diagnosi differenziale rispetto al disturbo algico poiché in questo è prevalente il sintomo dolore, all’ipocondria, perché in questa prevale la preoccupazione di avere una malattia grave, e al disturbo di dismorfismo corporeo, poiché in questo caso prevale la preoccupazione per l’aspetto fisico. Secondo il DSM-IV-TR bisogna sempre escludere la presenza di un disturbo fittizio o di una simulazione. La caratteristica essenziale del disturbo fittizio (Tabella 5) è la produzione intenzionale di segni e sintomi fisici o psichici con la sola motivazione di assumere il ruolo di malato, senza incentivi esterni o ricerca di vantaggi. La simulazione differisce dal disturbo fittizio poiché in questo caso il soggetto è consapevolmente motivato da un vantaggio esterno a simulare i segni e i sintomi. Nel caso di una disestesia occlusale la simulazione potrebbe essere motivata dalla speranza di ottenere un risarcimento economico in caso di contenzioso medico-legale con i dentisti che hanno effettuato le cure.

Teoria del phantom phenomenon
Marbach nel 1996 classifica il phantom bite fra i phanton phenomenon (fenomeni fantasma) orofacciali e ne individua la causa nella neuroplasticità, facendo riferimento alla Teoria della brain neuromatrix (neuromatrice cerebrale). Questa Teoria è stata proposta da Melzack, lo stesso Autore che diede il via agli studi sulla neurofisiologia del dolore con l’elaborazione della Teoria del cancello nel 1965, insieme a Wall (Figura 2).
Melzack si basa su quattro presupposti: vediamoli.

  • Primo: siccome i fenomeni fantasma non solo degli arti ma di altre parti del corpo, come per esempio la bocca, sono sensazioni reali, dobbiamo presupporre che queste siano conservate nel cervello; normalmente esse sono attivate e modulate da stimoli provenienti dal corpo, ma possono essere avocate anche in assenza di input periferici.
  • Secondo: tutte le afferenze sensoriali, incluso il dolore, normalmente sono dovute a stimoli provenienti dal corpo ma possono essere percepite anche in assenza di questi; da ciò si può concludere che i modelli da cui nasce la qualità dell’esperienza risiedono nella rete neuronale del cervello: gli stimoli periferici attivano questi modelli, ma non li producono.
  • Terzo: il corpo è percepito come un’unità, un sé, distinto dalle persone e dall’ambiente circostanti; questa esperienza di unità distinta è prodotta da processi che risiedono nel cervello e non deriva dal sistema nervoso periferico o dal midollo spinale.
  • Quarto: i processi cerebrali che sottendono alla percezione del sé sono determinati geneticamente, ma vengono continuamente modificati dall’esperienza (neuroplasticità).

 

2. Caratteristiche della neuromatrice secondo Melzack.

Anatomicamente la neuromatrice è composta da una rete estesa di neuroni che creano un circuito fra il talamo e la corteccia e tra la corteccia e il sistema limbico. Quindi essa riceve impulsi dalla periferia, li elabora e modula l’attività dei neuroni che producono il movimento; di conseguenza regola il comportamento. In questo modo vengono integrate le funzioni percettive, emotive, cognitive e comportamentali. Il ripetersi di impulsi nervosi attraverso la neuromatrice, che attivano ciclicamente le medesime sinapsi, crea un modello di funzionamento specifico, una traccia mnestica, definito anche engramma, e denominata da Melzack “neurosignature” (traducibile come neuroimpronta). Secondo Marbach il ripetuto contatto delle cuspidi e delle fosse durante la funzione masticatoria crea una neuroimpronta a livello della neuromatrice. Qualora, in seguito a cure dentali, vengono modificati i contatti o i materiali, in pazienti predisposti si crea un’interpretazione ambigua fra la memoria dei contatti precedenti, perduti, e la percezione dei nuovi contatti a livello della neuroimpronta. Di conseguenza il paziente non riesce a riconoscere il nuovo modello di contatti occlusali e comincia ad andare alla ricerca di contatti corretti, senza riuscirvi. Il paragrafo seguente spiega come avviene la formazioni di engrammi a livello della neuromatrice e come può variare la capacità di adattamento dei pazienti.

La disestesia occlusale (phantom bite) - Ultima modifica: 2012-11-07T14:49:58+00:00 da Redazione

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