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Intarsi inlay in ceramica: criteri di preparazione cavitaria

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L’odontoiatria restaurativa diretta a carico dei settori posteriori sta conoscendo oggi una diffusione clinica rilevante, beneficiando di importanti sviluppi che interessano tanto le metodiche alla poltrona quanto la lavorazione in laboratorio. Oggigiorno gli intarsi in composito ricoprono senza dubbio una fetta importante del mercato, ma sono non pochi i professionisti che continuano a proporre intarsi inlay ceramica: i suddetti sviluppi hanno anzi interessato ampiamente anche quest’ultimo settore. Le ceramiche di ultima generazione coniugano infatti alte prestazioni cliniche e proprietà estetiche superiori, inoltre beneficiano delle moderne metodiche adesive. Quest’ultimo aspetto ha influenzato positivamente il design di preparazione, rendendolo vicino a quello dei compositi. Tuttavia, permane una serie di criteri che il clinico è chiamato a considerare durante la pianificazione e la messa in atto del restauro.

Preparare una cavità per un inlay in ceramica

In primo luogo, dunque, vengono considerati il materiale che si intende utilizzare e la relativa lavorazione, oltre che la metodica adesiva. La ceramica presenta comunque degli aspetti di fragilità che possono essere compensati con un’adeguata preparazione.

Risulta poi fondamentale considerare le differenze dettate dall’adesione su smalto rispetto a quella su dentina.

Una cementazione adesiva, come anticipato, rende superflui quegli accorgimenti volti tipicamente all’ottenimento di una ritenzione di tipo meccanico. Alcuni di questi biselli e ritenzioni possono risultare addirittura controindicati. La preparazione dovrà pertanto favorire la rilevazione d’impronta, la realizzazione del manufatto e la sua cementazione. Saranno quindi da preferire angoli retti alla congiunzione tra parete cavitaria e superficie esterna, con margini lisci. Gli angoli all’interno della cavità dovranno risultare arrotondati.

Nel complesso, la preparazione dovrebbe garantire diretta accessibilità visiva a tutte le superfici interessate, in assenza di sottosquadri.

In questo senso, alcuni Autori suggeriscono di mantenere una minima (10-12°) convergenza occlusale tra le pareti approssimali. Le pareti vestibolare e linguale saranno, al contrario, divergenti (10°). Entrambe queste indicazioni (soprattutto la prima) vanno rilette alla luce del tipo di ritenzione adottato.

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Per quanto riguarda la realizzazione del manufatto, la massa della ceramica andrebbe concentrata in corrispondenza dei contatti occlusali e interprossimali.

La resistenza alla frattura, determinata dallo stress dei carichi occlusali, è garantita anche dal rispetto di parametri minimi in termini di dimensioni, attestabili in 1-1.5 mm di riduzione assiale e 2 mm di larghezza all’istmo. Tali indicazioni possono essere ridiscusse per difetto, almeno in linea teorica, qualora si preveda l’impiego di ceramiche monolitiche.

Le resine composite impiegate nella cementazione adesiva assicurano alcuni vantaggi in termini meccanici. Esse presentano infatti una rigidità e una forza idonee a fare da base per il restauro, al contrario ad esempio dei più elastici cementi ventroionomerici.

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