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In un ambito specialistico già di per sé variegato come quello dell’implantologia, sono alcuni anni che la tematica degli impianti corti si trova a essere oggetto di dibattito.

L’uso di tali prodotti avrebbe diversi vantaggi: ridurre indaginosità e tempi chirurgici di allestimento del sito implantare, prevenire i danni a livello di strutture anatomiche a rischio – ad esempio il canale mandibolare – e, forse più di tutto, ridurre la necessità di interventi preimplantari di bone augmentation, come può essere lo spessore in corrispondenza del settore lateroposteriore del mascellare superiore, evitando l’approccio con rialzo di seno.

Come detto, allo stato attuale dell’arte permane un certo grado di dibattito, a cominciare dalla tipologia di impianti che rientrano all’interno della definizione. Alcuni autori prevedono un limite di lunghezza pari a 8 mm, altri arrivano fino a 11.

Una delle perplessità principali sollevate riguarda l’aumentato rapporto corona-impianto del restauro, anche se alcuni studi assicurano che questo non influisca negativamente sulla perdita di osso marginale o altre complicanze biologiche e nemmeno sul tasso di fallimento.

La critica o, più correttamente, la problematica principale di cui le evidenze scientifiche su questa tematica soffrono è la pochezza delle indicazioni sul lungo termine.

Sta di fatto che i dati sull’utilizzo di tali prodotti parlano di un aumento dell’interesse e sono pertanto meritevoli di raffronto con le evidenze scientifiche.

Impianti corti: cosa dice un lavoro tratto da letteratura internazionale

Un interessante riferimento sul medio termine è fornito dal lavoro di Naenni e colleghi, recentemente pubblicato sul Journal of Dental Research. L’autore ha considerato siti edentuli singoli riabilitati con impianti da 6 mm (pertanto rientranti nella definizione di impianti corti al di là di ogni ragionevole dubbio). L’ipotesi di partenza era che gli impianti indagati mostrassero un comportamento analogo, clinicamente e radiograficamente, a degli impianti analoghi per tipologia (ruvidi, tissue level) e diametro (4.1 mm) ma superiori per lunghezza (10 mm). Anche il protocollo chirurgico impiegato era lo stesso, oltre che quello raccomandato dal produttore. La sovrastruttura protesica è sempre stata di tipo avvitato, realizzata secondo identico protocollo.

Il follow up è consistito in un esame clinico di tipo parodontale (sondaggio, sanguinamento, indice di placca) ed uno radiografico con radiografie periapicali individualizzate (contatto osso-impianto sull’aspetto mesiale e distale, livello osseo rispetto agli elementi naturali adiacenti, lunghezza della corona per il calcolo dell’indice corona-impianto, il cui dato mediano risulta superiore in maniera statisticamente significativa nel gruppo 6 mm), fino alla soglia dei 5 anni. Su questo termine, gli impianti corti riportano un tasso di sopravvivenza leggermente inferiore (91 contro 100%). Per il resto, il comportamento risulta similare per quanto concerne sia i parametri biologici sia l’andamento dell’osso marginale. Gli autori ne concludono comunque indicando gli impianti corti come una ragionevole alternativa alle lunghezze standard, ribadendo comunque l’attesa per i dati a lungo termine.

Riferimenti bibliografici

Five-Year Survival of Short Single-Tooth Implants (6 mm): A Randomized Controlled Clinical Trial. Naenni N1, Sahrmann P, Schmidlin PR, Attin T, Wiedemeier DB, Sapata V, Hämmerle CHF, Jung RE. J Dent Res. 2018 Jul;97(8):887-892. doi: 10.1177/0022034518758036. Epub 2018 Mar 13. 

 

 

 

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