L’adesione rappresenta forse il principale tema di ricerca e dibattito scientifici nell’ambito dell’odontoiatria conservativa.

Negli ultimi anni sono apparse sul mercato resine composite flowable autoadesive. Rispetto ai compositi maggiormente diffusi, questi prodotti non richiedono un precondizionamento della superficie. Ciò, sulla carta, li renderebbe clinicamente vantaggiosi dal punto di vista dei tempi operativi e, in più, soggetti a un rischio inferiore di errori procedurali.

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I produttori indicano l’utilizzo di questi compositi nella realizzazione di sigillature, nel riempimento di sottosquadri e come base per prodotti a viscosità maggiore nell’esecuzione di restauri di I, III e V classe.

La proprietà chiave dell’adesione viene valutata attraverso test condotti in vitro in condizioni standardizzate. Gli studi clinici sull’argomento sono invece meno consistenti.

Volendo fornire indicazioni cliniche le più solide possibili, il gruppo di lavoro di David ha condotto una revisione sistematica, relativa appunto agli studi in vitro disponibili in letteratura.

Gli autori hanno sondato le pubblicazioni disponibili, sulle banche dati MEDLINE e Cochrane Wiley, Web of Science e Scopus, nel decennio 2010-2020.

La ricerca ha riconosciuto quasi 5000 fonti bibliografiche – poco meno di 3500 al netto dei doppioni. 54 di queste, sulla base di titolo e abstract, sono state sottoposte a valutazione del full text. 22 studi sono stati valutati qualitativamente: praticamente tutti si sono dimostrati deboli per quanto concerne il calcolo del campione e le procedure di blinding. Le altre variabili metodologiche, invece, sono state valutate positivamente.

Gli stessi 22 lavori sono stati inclusi nella metanalisi. I vari studi hanno valutato la forza di adesione delle resine fluide self-adhesive in vari setup sperimentali, di modo da riprodurre diverse condizioni cliniche: denti decidui e permanenti, smalto e dentina, immediatamente o dopo invecchiamento. Dal confronto con i compositi convenzionali si rileva come questi ultimi, indipendente dalla tecnica adesiva adottata, assicurino una forza di adesione superiore.

Basandosi esclusivamente sul dato dell’adesione, dunque, lo studio indurrebbe un atteggiamento di cautela nell’impiego dei compositi autoadesivi. I risultati devono essere, tuttavia, soppesati, per l’eterogeneità relativamente alta delle fonti e per il fatto stesso che tutte queste siano modelli sperimentali in vitro.

Gli autori ribadiscono di vedere in questi prodotti la futura direzione dei restauri dentali adesivi. La ricerca dei limiti dei materiali oggi disponibili è l’unico modo di implementarne le caratteristiche e, di conseguenza, l’utilizzo clinico. Dal punto di vista scientifico, si raccomanda, per l’immediato futuro, di affiancare e, possibilmente, preferire ai modelli in vitro gli studi clinici randomizzati dotati di follow-up a lungo termine.

Riferimenti bibliografici legati ai compositi autoadesivi

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/33838916/

Forza di adesione dei compositi fluidi autoadesivi - Ultima modifica: 2021-06-09T06:39:04+00:00 da redazione

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