L’autotrapianto dentale costituisce un’opzione interessate nella gestione di alcuni casi precisi di edentulia, in maniera perfettamente biocompatibile, economica e relativamente rapida. Concettualmente, la procedura consiste nell’estrarre un dente, detto donatore, per inserirlo atraumaticamente in un sito edentulo. I massimi vantaggi si riscontrano con i pazienti in crescita, che non possono essere sottoposti a riabilitazione implantare, e che così trovano invece una soluzione sostitutiva in grado di armonizzarsi con la crescita dei mascellari.

Il successo della procedura è condizionato da numerosi fattori, a partire da quelli biologici tissutali. In primis, la quantità di osso alveolare, a sua volta legata al timing. Più si ritarda il trapianto rispetto all’estrazione, minore sarà la quota ossea disponibile. A questo proposito, sono state proposte tecniche di bone augmentation o anche la split osteotomy, che però non si sono dimostrate in grado di accelerare la rigenerazione ossea in maniera significativa. La formazione del nuovo alveolo dipende, infatti, dalla vitalità delle cellule del legamento parodontale, le quali possiedono un elevato potenziale rigenerativo nei confronti dell’osso.

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Ai fattori considerati se ne aggiungono, probabilmente, diversi tra tooth-related (ad esempio, le dimensioni del dente donatore rispetto al sito edentulo) e patient-related (l’età), oltre a quelli legati alla procedura stessa (l’entità dell’eventuale osteoctomia) e operatore-dipendenti.

Recentemente, un interessante studio, condotto da Suwanapong e pubblicato su BMC Oral Health, si è proposto di approfondire proprio l’influenza di più fattori sul pattern di guarigione del trapianto autologo, da eseguire senza bone regeneration. I fattori sono stati distinti fra pre e perioperatori e sono stati analizzati in relazione agli esiti clinici e radiografici.

Lo studio ha valutato retrospettivamente un totale di 50 pazienti (partendo da una base tripla) trattati dallo stesso operatore, con la medesima tecnica, nella decade 1997-2007. La valutazione si è basata su report clinici (cartelle) e radiologici, incentrati su guarigione delle ferite, rigenerazione della polpa e del parodonto, a intervalli di follow-up regolari: 1, 3, 6 e 12 mesi.

I risultati attestano guarigione ritardata nei trapianti intrarcata piuttosto che in quelli interarcata. I pazienti al di sotto dei 18 anni hanno dimostrato un rimodellamento osseo maggiormente vivace rispetto agli adulti. La variazione ossea, più importante nel primo trimestre postoperatorio, risulta invece non relazionare con alcun fattore perioperatorio.

In conclusione, il lavoro, pur gravato da un follow-up limitato, fornisce un interessante spunto. Il fatto, cioè, che il successo del trattamento possa prescindere dalla quantità ossea, nel momento in cui l’intervento sia condotto nella maniera meno traumatica possibile, soprattutto nei confronti del legamento parodontale.

 

Fattori in grado di influenzare il successo di un autotrapianto dentale - Ultima modifica: 2021-07-27T06:22:15+00:00 da redazione

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