Dipende tutto dai punti di vista

Siamo giunti, all’interno di questa nostra rubrica, all’ultima regola fondamentale dell’ortografia delle immagini: la coordinata zero. Le prime due regole consideravano l’ingrandimento e la profondità di campo delle immagini, mentre la terza riguarda la spazialità dell’inquadratura, cioè la prospettiva d’osservazione del fotografo, ed è importante perché racchiude, completa e dà senso alle prime due.

A cura di Pasquale Loiacono, odontoiatra e fotografo scientifico

Le tre regole fondamentali dell’ortografia delle immagini non sono state stabilite per essere realizzate in tempi successivi, ma rappresentano aspetti diversi di un unico progetto visivo, che deve essere necessariamente attuato in sincronia. La prospettiva d’osservazione, cioè il “punto di vista” dal quale si pone il fotografo, è un requisito fondamentale per la creazione della documentazione, perché è un dato irreversibile, cioè non è in alcun modo modificabile in post-produzione, a differenza dell‘esposizione o dell’ingrandimento.

La scelta corretta della prospettiva d’osservazione rende possibile la ripetibilità dello scatto fotografico, e poiché la ripetibilità di un’immagine è uno dei requisiti più importanti ai fini della documentazione fotografica scientifica, è facile rendersi conto di quanto sia importante questa regola (Figure 1, 2).

1. Un’immagine che pur presentando un’ottima profondità di campo e ingrandimento non è scientificamente accettabile per la non ripetibilità dovuta alla spazialità, cioè alla prospettiva d’osservazione non ripetibile.
1. Un’immagine che pur presentando un’ottima profondità di campo e ingrandimento non è scientificamente accettabile per la non ripetibilità dovuta alla spazialità, cioè alla prospettiva d’osservazione non ripetibile.
2. Un’immagine eseguita correttamente secondo i criteri dell’ortografia delle immagini: ottima profondità di campo e ingrandimento, ma soprattutto corretta spazialità, cioè prospettiva d’osservazione certa e ripetibile.
2. Un’immagine eseguita correttamente secondo i criteri dell’ortografia delle immagini: ottima profondità di campo e ingrandimento, ma soprattutto corretta spazialità, cioè prospettiva d’osservazione certa e ripetibile.

Si ponga attenzione al fatto che io mi riferisco sempre alla fotografia scientifica, perché nel campo di quella artistica o generalista la narrazione della realtà tramite le immagini può seguire criteri completamente diversi. Molto spesso durante i miei corsi mi imbatto in una situazione singolare: odontoiatri che già fotografano, immagino avendo seguito già altri corsi, che non hanno ben presente le regole basilari della fotografia odontoiatrica. Allora rifletto e spiego loro che imparare a fotografare è come imparare a guidare l’automobile: occorrono almeno poche regole basilari, e cioè tenere la mano destra, al semaforo fermarsi con il rosso e avanzare con il verde. Questo è esattamente il senso delle regole dell’ortografia delle immagini: poche cose (tre) da fare sempre e bene, poi il resto migliorerà con lo studio e l’applicazione. Ma se non si conoscono le tre regole che ho appena citato, si rischia di andare veramente fuori strada e di non ottenere risultati soddisfacenti, e soprattutto di non apprendere un metodo che consenta il continuo miglioramento della tecnica. Che senso ha cercare di imparare le tecniche di ripresa per fotografie d’effetto, emozionali o creative dall’altissima valenza estetica, quando non si riesce a creare una documentazione fotografica scientifica di base? Il buon senso suggerisce che, in ogni caso, i veri progressi si possono ottenere solo conoscendo i fondamentali della tecnica, e solo dopo raggiungere la vetta con i virtuosismi, ed è esattamente per questo motivo che ho dedicato i primi numeri della rubrica all’analisi della tecnica di base.

Andiamo al concreto: come è nata la regola della coordinata zero, e perché proprio “zero”? Ho ideato questa regola semplicemente applicando i principi dello studio dell’anatomia generale alla fotografia; come in anatomia generale ci si rifà a piani virtuali di riferimento e orientamento nello spazio, così in fotografia occorre utilizzare gli stessi piani per orientarsi rispetto al soggetto da fotografare. Ponendosi frontalmente rispetto al viso o alle arcate dentarie del paziente, il piano virtuale fondamentale da osservare è quello sagittale; in realtà occorre porsi in una posizione tale da non poter percepire (mentalmente, è ovvio) il piano, e ciò può avvenire solo mettendosi esattamente con lo sguardo a zero gradi di angolazione, cioè perfettamente di fronte al soggetto (Figura 2). È esattamente da questa osservazione, che cioè l’angolazione dev’essere nulla ovvero pari a zero, che scaturisce la dizione “coordinata zero”. Ogni condizione nella quale l’osservatore si ponga lateralmente al piano sagittale, introduce un’angolazione – misurabile in gradi – che rende difficilmente ripetibile l’inquadratura fotografica, a meno che non si disponga di un craniostato appositamente costruito e correlato alla fotocamera. Ma il piano sagittale da solo non basta, perché l’osservatore potrebbe porsi da una prospettiva superiore o inferiore, cioè guardare il soggetto dall’alto o dal basso. Vale anche qui la regola della coordinata zero, e il piano di riferimento in questo caso diventa un piano passante per l’occlusale. Quindi, ponendosi esattamente davanti all’intersezione dei due piani sagittale e occlusale, facendo attenzione che essi non siano angolati rispetto alla prospettiva d’osservazione del fotografo, si realizza una perfetta condizione di ripetibilità (Figure 3, 4).

3. Quest’immagine introduce un’angolazione rispetto al piano orizzontale ma non a quello sagittale: l’inosservanza di uno dei due piani di riferimento rende l’immagine non ripetibile.
3. Quest’immagine introduce un’angolazione rispetto al piano orizzontale ma non a quello sagittale: l’inosservanza di uno dei due piani di riferimento rende l’immagine non ripetibile.
4. Quest’immagine, a differenza della precedente, introduce un’angolazione rispetto al piano sagittale ma non a quello orizzontale: l’inosservanza di uno dei due piani di riferimento rende comunque l’immagine non ripetibile.
4. Quest’immagine, a differenza della precedente, introduce un’angolazione rispetto al piano sagittale ma non a quello orizzontale: l’inosservanza di uno dei due piani di riferimento rende comunque l’immagine non ripetibile.

Aggiungo che per perfezionare questa condizione occorre che il piano occlusale sia coerente, cioè parallelo, al lato lungo orizzontale dell’inquadratura e quindi del mirino della fotocamera, per evitare l’inclinazione dell’immagine (Figura 5). Queste regole di prospettiva o spazialità sono, per così dire, il minimo per ottenere una documentazione fotografica di qualità e ripetibile nel tempo, e quindi basata su criteri scientifici e non artistici. Esiste una quarta regola, che propongo perché rappresenta il coronamento delle precedenti e conduce all’eccellenza: l’uniformità nel tempo della documentazione fotografica, cioè l’applicazione costante dei criteri dell’ortografia delle immagini.

5. Quest’immagine introduce un’angolazione rispetto al piano orizzontale visto frontalmente. Per evitare questa condizione basta tenere il lato lungo dell’inquadratura, e quindi del mirino della fotocamera, parallelo al piano orizzontale occlusale.
5. Quest’immagine introduce un’angolazione rispetto al piano orizzontale visto frontalmente. Per evitare questa condizione basta tenere il lato lungo dell’inquadratura, e quindi del mirino della fotocamera, parallelo al piano orizzontale occlusale.

L’ortografia delle immagini rappresenta le fondamenta della nostra documentazione fotografica, e da qui occorre partire per costruire la nostra abilità in tale campo. Poi è ovvio che la fotografia è un mezzo creativo e non invasivo che consente, anzi richiede, ricerca del bello e del particolare suggestivo, ma non bisogna mai dimenticare che il requisito fondamentale della documentazione scientifica è l’autenticità e la ripetibilità, e questa condizione può essere soddisfatta solo applicando le quattro regole fondamentali dell’ortografia delle immagini: ingrandimento, profondità di campo, spazialità corretta e uniformità.  

Bibliografia
· Loiacono P. Tre semplici regole. Il Dentista Moderno 2015;5:148-50.
· Loiacono P. Aiuto… mi sono perso in un campo. Il Dentista Moderno 2015;9: 164-167.
· Loiacono P, Pascoletti L. Fotografare in odontoiatria: teoria e tecnica per la moderna documentazione. Milano: Quintessenza Internazionale, 2010.
· Loiacono P. Il nuovo concetto di anatomia ottica. Il Dentista Moderno 2014;10:42-76.
· Loiacono P. Le nuove evidenze scientifiche in fotografia, cultura del colore e workflow digitale in odontoiatria. Milano: Quintessenza Internazionale, 2015.
· Loiacono P. Il nuovo concetto di rapporto d’ingrandimento equivalente in fotografia odontoiatrica. Milano: Quintessenza Internazionale & JOMI, 2015(31);2:29-40.

Dipende tutto dai punti di vista - Ultima modifica: 2015-12-08T12:46:46+00:00 da Redazione

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