Debridement ultrasonico delle superfici implantari

Dm_il dentista moderno_superfici implantari

La parodontologia contemporanea prevede una continuità biologica tra il mantenimento del dente naturale e, in caso di fallimento, la sostituzione con la “radice artificiale”, ovverosia l’impianto. Ciò vale anche in ragione del parallelismo tra la malattia dell’apparato di supporto del dente naturale, la parodontite, e la perimplantite.
Per questo, parodontologo e igienista dentale hanno le medesime responsabilità, tanto nella gestione ordinaria del dente parodontalmente sano come dell’impianto regolarmente osteointegrato, quanto nel trattamento del dente affetto da parodontite o dell’impianto soggetto a perimplantite.
In tutti questi casi, in virtù del ruolo eziologico indispensabile del biofilm batterico, la manovra preventiva fondamentale e la prima linea terapeutica è rappresentata dal debridement meccanico della placca delle superfici radicolari/implantari.
Le opzioni tecniche sul mercato sono amplissime. Gli ablatori con punta a ultrasuoni rappresenta la prima scelta, essendo questi strumenti disponibili in tutti gli studi odontoiatrici e facili da utilizzare, anche nel contesto della tasca sottogengivale.
Nel caso del difetto perimplantare, questi strumenti presentano alcune problematiche. Essendo le leghe di titanio relativamente morbide, l’utilizzo di punte in metallo più duro (acciaio per esempio) pare controindicato, in quanto rischia di indurre modificazioni irreversibili alla microtrama di superficie, alterando caratteristiche come ruvidità e idrofilia e compromettendo l’osteointegrazione in favore dell’adesione batterica.
Per questo, sono state introdotte punte con materiali meno duri, come ad esempio resina, carbonio o polietere etere chetone (PEEK), più conservativi sì della superficie implantari, ma soggetti essi stessi a usura con rilascio di residui a incerto potenziale dannoso.
Partendo da tali presupposti, Sahrmann e colleghi hanno condotto uno studio di laboratorio, pubblicato su BMC Oral Health, che ha messo a confronto diversi materiali impiegati nella costruzione di punte a ultrasuoni, valutandone il comportamento a livello di superficie implantare, in condizioni standard.
Il setup sperimentale è consistito effettivamente in uno strumento a ultrasuoni, su cui sono state montate punte in acciaio, titanio puro, carbonio, PEEK e resina, agente con una forza di 100 g su dischi in lega di titanio che simulavano 4 diverse superfici implantari, 2 moderatamente ruvide, una non pretrattata e una macchinata.
Le superfici dei dischi sono state sottoposte ad analisi profilometrica e a microscopia elettronica a scansione, mentre gli eventuali residui di materiale sono stati tracciati e valutati (per riconoscerne l’origine, dalla superficie o dalla punta dello strumento), tramite spettroscopia EDX.
La superficie moderatemente ruvide, sicuramente le più diffuse nel panorama implantare odierno, sono state significativamente ridotte in ruvidità da tutte le punte, con l’eccezione della resina. Complessivamente, la stabilità massima è stata riscontrata sulle superfici macchinate, trattate con le punte al carbonio o le stesse in resina, da considerarsi, almeno sulla base di questo studio, le più indicate per il debridement ultrasonico delle superfici implantari.

Riferimenti su superfici implantari

https://bmcoralhealth.biomedcentral.com/track/pdf/10.1186/s12903-020-01384-0.pdf

Debridement ultrasonico delle superfici implantari - Ultima modifica: 2021-03-04T06:02:49+00:00 da redazione

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