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Oggigiorno i protocolli chirurgici e protesici di implantologia postestrattiva forniscono risultati buoni in termini di affidabilità ma non possono essere del tutto scevri da fattori di criticità. Una revisione che ha coinvolto diversi ricercatori italiani (Tettamanti e colleghi), pubblicata nel 2017 su Oral & Implantology, ha considerato alcune tra le potenziali criticità legate a questo tipo di riabilitazioni. Se ne riportano qui alcuni fra i punti principali, consigliando nel contempo la visione del testo completo, liberamente consultabile.

Il posizionamento immediato dell’impianto può essere esposto a rischio infettivo, deficit di mucosa cheratinizzata, discrepanza fra alveolo postestrattivo e superficie implantare con difficoltà nell’ottenere la stabilità primaria. È al fine di superare problematiche come queste che è stato anche proposto, comunque in maniera parzialmente controversa, un timing intermedio denominato early implant placement (EIP), in cui l’impianto viene inserito dopo settimane e fino a un paio di mesi di modo da favorire la guarigione dei tessuti molli e anticipando in parte il riassorbimento osseo.

A proposito di rimodellamento osseo: nei 6 mesi successivi all’estrazione ci si attende una perdita orizzontale e verticale pari al 29–63% e 11–22%, rispettivamente. La riduzione orizzontale continua anche in seguito ed esita in uno spostamento palatale della cresta. Alcuni studi suggeriscono che l’inserimento immediato dell’impianto possa parzialmente interferire con questo processo: un contributo sostanziale in questo senso deriverebbe dalla contestuale messa in atto di metodiche di bone augmentation. La procedura più comune in questo senso consiste nel posizionamento di innesto osseo a colmare il gap che inevitabilmente si forma rispetto all’alveolo postestrattivo.

La ricerca della stabilità primaria costituisce un elemento di difficoltà in questo tipo di chirurgia riabilitativa, in quanto per definizione ci si trova di fronte a un osso deficitario: sarà necessario reperire un ancoraggio in corrispondenza dei 3-4 mm apicali, in cui vi è prevalenza di osso spongioso. Un aspetto da considerare in questo senso è quello del design dell’impianto: gli impianti a forma conica e progressiva (tapered), oltre a facilitare l’inserimento in volumi ossei ridotti, fornisce un grado di compressione a livello della midollare ossea in regione apicale, appunto.

Se all’inserimento immediato si aggiunge poi un carico immediato, è importante considerare il concetto della “jumping distance”, esposto da Knox: a meno di condurre interventi di ridge preservation o rigenerazione ossea guidata (GBR) – misure che, come anticipato, sono in grado di implementare la stabilità dei risultatati – il gap tra alveolo e superficie implantare dev’essere mantenuto al di sotto di 0.5 mm.

Riferimenti bibliografici

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5965067/

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