Contemporaneità e predicibilità del trapianto dentale autologo

Il trapianto dentale (o meglio autotrapianto dentale) rappresenta un trattamento odontoiatrici più antichi: la prima descrizioni testuale della procedura venne redatta, nella Francia del '700, da Pierre Fauchard, considerato il padre dell'odontoiatria moderna. In epoca contemporanea, tuttavia, la possibilità di sostituire un elemento perso trapiantando un altro dente dello stesso paziente è oggetto di dibattito, perché generalmente reputata poco predicibile. Recentemente, Tsukiboshi, un autore che vanta una casistica che supera i 1000 casi e che copre interventi condotti in sostituzione di agenesie o di elementi persi per cause diverse (malattia cariosa ma anche parodontite), ha pubblicato un case series volto a condividere le indicazioni positive emerse da un'attività trentennale.

In generale, il tasso di successo del trapianto dentale risulta influenzato positivamente dalla giovane età del paziente e ancora di più dallo stato di maturazione dell'elemento da trapiantare. L'autore riferisce un tasso di successo del 90% in pazienti sotto i 30 anni (contro l'80% del pazienti over-30) e del 95% in caso di elemento immaturo.

Quando ipotizzare il trapianto dentale

La metodica si mostra pertanto particolarmente indicata nel paziente giovane, magari come terapia ponte in vista dell'implantologia, soprattutto nel caso in cui questa sia controindicata (soggetto in crescita), e dotata di un potenziale biologico ed estetico notevole.

L'aspetto maggiormente critico per quanto concerne il successo di questo tipo di trattamento è legato alla vitalità del legamento parodontale presente sulla superficie radicolare dell'elemento trapiantato, indipendentemente dalla fase di maturazione dello stesso e anche dall'estensione del difetto osseo nella sede ricevente.

Il danneggiamento del legamento parodontale durante la procedura chirurgico o nel corso del processo di guarigione, infatti, tende a indurre diversi fenomeni riassorbitivi, come riassorbimento correlato a riparazione, riassorbimento associato a infezione, riassorbimento associato a anchilosi o riassorbimento cervicale invasivo.

Il riassorbimento correlato a riparazione può essere considerato un fenomeno parafisiologico o comunque a tendenza autolimitante e, pertanto, non richiede particolari attenzioni, al di là del monitoraggio clinico.

Il riassorbimento associato a infezione corrisponde a un danno circoscritto del legamento a cui si aggiunge l'infezione pulpare. Indipendentemente dall'età, la complicanza si presenta solitamente entro i primi 3 mesi, durante i quali è richiesto almeno un controllo radiografico e richiede l'esecuzione della terapia endodontica, che solitamente arresta il processo riassorbitivo.

Discorso diverso per il processo anchilotico, che prevede l'obliterazione dello spazio parodontale e il riassorbimento delle radici stesse a vantaggio del tessuto osseo, per il quale non sono effettivamente oggi disponibili approcci terapeutici predicibili. Trattandosi però di un evento a insorgenza lenta o comunque progressiva, è possibile che il paziente possa trarre a lungo beneficio dall'autotrapianto, e che debba poi reintervenire in un momento diverso della vita.

Da ultimo, il riassorbimento cervicale invasivo rappresenta una complicanza seria, a eziologia ignota, che, almeno nelle sue prime fasi, può essere approcciata con piano di cure complesso ortodontico-parodontale.

Riferimenti bibiliografici

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/31127697

Contemporaneità e predicibilità del trapianto dentale autologo - Ultima modifica: 2019-12-05T07:40:29+00:00 da redazione
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