I compositi bulkfill costituiscono senza dubbio un’opzione interessante per i clinici e, per questo, sono uno dei trend topic nell’ambito della conservativa in odontoiatria. Poter coprire fino a 4-5 mm con un singolo incremento semplifica e velocizza le procedure del restauro. Questi materiali si caratterizzano per l’elevata traslucenza, che induce una forte dissipazione della luce e, di conseguenza, favorisce l’accumulo di una quantità superiore di fotoiniziatori reattivi e permette di raggiungere i siti maggiormente profondi. Il monomero agisce inoltre da modulatore della reazione di polimerizzazione, riducendo la contrazione.

Sono disponibili bulk meno riempiti e pertanto a minore viscosità, detti base o flowable, che richiedono il capping con un composito convenzionale, e anche bulk full-body, applicabili con un singolo incremento senza necessità di posizionare altro materiale; sono per questo detti anche paste-like o sculptable e, in più, presentano un filler inorganico in grado di sopportare al meglio i carichi masticatori.

A fronte di una indiscutibile versatilità da parte di questi prodotti, è lecito domandarsi se questi materiali siano in grado di garantire, nel medio-lungo termine, delle performance cliniche quantomeno pari rispetto ai compositi in pasta convenzionali. È quanto si è proposto di indagare la recente revisione sistematica con metanalisi condotta dal gruppo di lavoro di Veloso e pubblicata su Clinical Oral Investigations.

Lo studio ha considerato lavori scientifici, presenti sulle banche dati PubMed/MEDLINE, Embase, Cochrane Library, Web of Science, facenti riferimento a follow-up tra 1 e 6 anni di elementi permanenti, trattati con restauri in composito bulkfill di I o II classe.

Partendo da una base di 356, 10 studi, facenti riferimento a un follow-up medio di 33.6 mesi, hanno soddisfatto i criteri di inclusioni e sono stati portati all’analisi qualitativa e alla meta-analisi. Le evidenze sono state considerate di buona qualità (eterogeneità e rischio di bias ridotti) in riferimento a quanto ricercato dagli outcome della review.

Il confronto del failure rate tra restauri bulkfill e compositi tradizionali è stato condotto tenendo conto della differenza tra bulk flowable e paste-like ma in nessuno dei sottogruppi sono state ritrovate differenze statisticamente significative.

In conclusione, la revisione sistematica fornisce indicazioni positive riguardo ai materiali bulkfill, confermando come questi, complessivamente, assicurino performance paragonabili ai tradizionali compositi in pasta in un periodo che raggiunge i 6 anni. Il poter arrivare a un follow-up a così lungo termine è particolarmente importante data l’eterogeneità delle cause di fallimento, le quali spaziano dalla frattura alla carie secondaria. È pertanto auspicabile, in un prossimo futuro, prolungare i dati della meta-analisi fino al termine dei 10 anni.

Riferimenti bibliografici

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29594349

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