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I difetti infraossei, essendo un fattore di rischio per la perdita dentale a lungo termine, rappresentano da sempre una problematica di primaria importanza agli occhi del parodontologo. La chirurgia rigenerativa parodontale si propone di affrontare i difetti di questo tipo inducendo la formazione dei tre tessuti fondamentali: osso alveolare, cemento e legamento parodontale.

Negli ultimi anni si è assistito a una grande progressione tecnica in questo campo, in gran parte per iniziativa di Maurizio Tonetti e Pierpaolo Cortellini, che ormai un decennio fa introdussero la procedura minimamente invasiva e la sua versione modificata (MIST e M-MIST, entrambe basate sul mantenimento dei tessuti molli con allestimento di sito di guarigione a tensione ridotta). Importante anche il ruolo derivante dalla diffusione quasi universale di diverse tipologie di biomateriali, in modo particolare i sostituti ossei a origine bovina.

In uno studio pubblicato ad aprile 2018 su Clinical Oral Investigations, un gruppo di lavoro belga si è proposto di fornire un outcome clinico e radiografico a lungo termine (a 5 anni per esattezza) di una tecnica chirurgica rigenerativa minimamente invasiva combinata all’uso di xenoinnesto osseo su una coorte ampia di pazienti. Outcome secondario consiste nell’individuazione di fattori predittivi del guadagno di attacco clinico (CAL) e di tessuto osseo in senso verticale.

Rigenerativa dei difetti infraossei: studio su 95 pazienti

Lo studio ha coinvolto un totale di 95 pazienti trattati dallo stesso clinico, nel periodo 2008-2011, presso l’ospedale universitario di Gent, per almeno un difetto infraosseo di profondità radiografica e clinica non inferiori a 3 e 6 mm, rispettivamente. Sono stati inclusi pazienti che avessero terminato da almeno 6 mesi la terapia parodontale non chirurgica (istruzioni di igiene domiciliare, scaling e root planing). Criteri di esclusione: fumo, patologie sistemiche, ulteriori difetti adiacenti, difetti della forcazione e pregresse chirurgie parodontali.

L’elevazione del lembo è stata condotta, per esattezza, nella maniera meno invasiva possibile per il sito interessato. Una volta rimosso il tessuto di granulazione, è stato posizionato osso bovino deproteinizzato, in nessun caso previa condizionamento della superficie radicolare. In tutti i casi, il lembo è stato riposizionato nella sede originale e suturato a bassa tensione con tecnica a materassaio interno verticale, con rimozione fissata a 2 settimane.

Tutti i pazienti sono stati rivisti a 3 mesi per il primo anno (anche gli outcome relativi a questo periodo sono stati oggetto di pubblicazione), poi a intervalli diversi a seconda delle esigenze, fino appunto ai 5 anni. Lo stesso operatore ha registrato plaque score dicotomico (0 = assenza, 1 = presenza), sondaggio (PD), recessione, compliance del paziente e, come anticipato, CAL e vertical radiographic bone gain (RB). I dati finali fanno riferimento a 71 dei soggetti trattati.

Il guadagno di CAL medio è risultato pari a 3 mm: più della metà dei casi ha superato i 4 mm, mentre un quarto sono stati considerati dei fallimenti (≤ 1 mm). Incrociando la valutazione della compliance, gli Autori concludono nel definire questo dato un fattore predittivo del guadagno a lungo termine sia di CAL che di RB, indicando pertanto solo i pazienti più rispettosi dell’igiene orale a questo tipo di approccio clinico.

Riferimenti bibliografici

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/28965250

https://link-springer-com.pros.lib.unimi.it:2050/article/10.1007/s00784-017-2208-x

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