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L’esame radiologico standard nella diagnostica parodontale è rappresentato dallo status, vale a dire una serie di non meno di 16 riprese endorali a coprire l’intera dentatura, con valutazione dei livelli ossei crestali, con gli eventuali difetti infraossei. Questo tipo di imaging soffre comunque di tutti i limiti di sovrapposizione di un’anatomia tridimensionale in un formato bidimensionale: ad esempio, un difetto osseo a livello vestibolare può risultare mimetizzato o non distinguibile da uno linguale. La dose radiante relativamente elevata (indicativamente fino a 10 volte superiore a quella di un’ortopantomografia) è un ulteriore aspetto che fa di questo un esame di secondo livello, riservato al paziente parodontale già inquadrato.

In questo senso, la TC cone beam, esame sempre più diffuso soprattutto in chirurgia orale e implantologia, rappresenta un’opzione che può quantomeno essere presa in considerazione anche in parodontologia, per i vantaggi dell’imaging 3D, anche nella resa di uno spazio ristretto, e anche al netto della continua riduzione della dose radiante (che rimane comunque superiore a quella di un’esame radiografico 2D digitale). Si può pertanto pensare che il ricorso a tale metodica possa essere riservato alla diagnostica di condizioni precise, da considerarsi al netto del principio di giustificazione e di ottimizzazione (as low as reasonably achievable, ALARA).

Recentemente, un gruppo di lavoro brasiliano ha pubblicato su Imaging Science in Dentistry una revisione sistematica che ha comparato la CBCT con la radiologia convenzionale in parodontologia. Partendo da un totale di 351 articoli screenati, 23 lavori sono stati portati alla valutazione del full text e, di questi, 13 sono stati inclusi nella valutazione finale, in quanto effettivamente riportanti un confronto tra CBCT e metodiche differenti. Si considerino ora in breve i parametri considerati.

5 studi si sono concentrati sui difetti infraossei: in riferimento a quanto precedentemente considerato, viene confermata la precisione della metodica tridimensionale nel valutare proprio i siti vestibolari e linguali.

Per quanto riguarda l’altezza della cresta alveolare, la CBCT ha dimostrato un minore tendenza a sottostimare la perdita tissutale.

La cone beam dimostra una notevole accuratezza (78-88%) nella diagnostica dei difetti della forcazione.

Da notare come questi ultimi due parametri abbiano mostrato indicazioni favorevoli nel confronto, oltre che con la radiologia convenzionale, rispetto al gold standard della misurazione diretta a cielo aperto.

In ultima analisi, i dati sull’accuratezza nell’imaging dello spazio parodontale sono parzialmente contrastanti: è stata riportata un’accuratezza della CBCT fino al 100% nel definire un allargamento. Dall’altra parte, uno studio riconosce una superiorità della radiografia periapicale fino a un limite superiore di 200 micron.

In conclusione, la systematic review ribadisce e porta avanti le istanze di diversi lavori precedenti – si veda ad esempio il progetto SIdP 2017 sulle nuove tecnologie – che definiscono la CBCT come un’opzione percorribile nell’approccio a quadri complessi, con particolare riferimento a difetti infraossei e della forcazione.

Riferimenti bibliografici

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29963478

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC6015929/

http://www.cicweb.it/wp-content/uploads/2017/01/Modulo-11_SIDP.pdf

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