L’evoluzione dei materiali dentari rappresenta uno degli aspetti più stimolanti legati alla nostra professione. Nell’arco di pochi anni si sono moltiplicate ricerche e studi in vitro su prodotti che promettono di semplificare le procedure cliniche in modo innovativo e di migliorare la qualità delle riabilitazioni.

Oggi, ormai alle porte dell’appuntamento con l’IDS di Colonia, sappiamo già che in quella sede non potremo che perderci tra migliaia di novità se non ci muoveremo con occhio attento e il giusto spirito critico, una qualità tra le più complesse da acquisire e da mantenere in allenamento. La sfida dell’aggiornamento professionale nel campo dei materiali è infatti pressoché quotidiana per chi vuole trarre il meglio dai progressi proposti dalle aziende, senza farsi abbagliare da specchietti per le allodole.

Qualsiasi biomateriale a contatto con i tessuti può essere dannoso, producendo una risposta immunitaria o una reazione tossica, del tutto inerte, oppure può indurre una reazione biologica favorevole che migliora le caratteristiche del substrato. Ed è obiettivo della ricerca testare e validare materiali bioattivi, dotati di queste caratteristiche.

Per introdurre ciò che veramente ci serve nella nostra professione è forse opportuno fare un passo indietro, analizzare la letteratura, capire cosa possiamo aggiungere davvero ai trattamenti che già operiamo e non limitarci alle brochure. Potremo così constatare come cementi protesici dotati di attività antibatterica, così come adesivi e compositi, rappresentino già l’attualità e non il futuro; senza aggiungere alcun passaggio alle nostre normali procedure, possono essere uno strumento in più per la prevenzione delle carie secondarie, facilmente importabile all’interno della clinica di tutti i giorni. Dovremmo considerare questi materiali, certamente moderni, ma non innovativi, includendoli nella nostra routine.

Spostando l’attenzione sulle procedure di rigenerativa, possiamo vedere come oggi biomateriali e tecnologia si interfaccino in modo serrato, strumenti al servizio di una tecnica. È possibile, ad esempio, realizzare in CAD-CAM uno scaffold della esatta dimensione e forma di un difetto che desideriamo rigenerare; il materiale di cui è fatto l’innesto si presta alla colonizzazione da parte degli emocomponenti e guida la rigenerazione ossea, individualizzando la terapia e migliorando la guarigione. Pur ammettendo la difficoltà di replicare questo modello in tutti i pazienti e in tutte le realtà lavorative, questo può essere definito il presente in campo di evoluzione dei materiali dentari.

L’imperativo di oggi di tutta la medicina è migliorare attraverso l’individualizzazione non solo della terapia, ma anche della prevenzione. Se spingessimo ancor di più sull’acceleratore, giungeremmo a quelli che sono i progetti di ricerca ancora non applicabili, ma di cui presto sentiremo parlare e che gradualmente impareremo a conoscere. Una sfida continua dunque, una corsa verso il miglioramento di noi stessi, del nostro lavoro e della salute dei nostri pazienti.

Dino Re 

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