Si definisce autotrapianto dentale il trapianto di un dente da un sito a un altro nello stesso paziente. È una tecnica che viene utilizzata per la sostituzione di elementi compromessi che vengono persi o già mancanti a causa di agenesie.

Esso trova indicazione come alternativa terapeutica alla riabilitazione con un impianto dentale o una protesi mobile parziale, in casi selezionati. È possibile utilizzare sia elementi decidui che denti completamente formati. Vengono spesso utilizzati elementi inclusi in arcata o trasposti non correggibili ortodonticamente e vengono sostituiti molari compromessi usando un ottavo incluso o comunque non funzionale, al fine di non generare costi biologici.

In termini di outcome, la procedura è paragonabile alle metodiche più comuni, anche se spesso non viene valutata come una prima scelta, probabilmente anche a causa dello scetticismo, erede dei precedenti protocolli di autotrapianto, soggetti a insuccessi relativamente frequenti causati da una conoscenza solo parziale dei principi biologici.

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Tale atteggiamento ha supportato l’interesse e gli investimenti in campo impiantare e favorito l’utilizzo sistematico degli impianti stessi, divenuti legittimamente lo standard terapeutico attuale. La letteratura, nonostante questo stigma posto nei confronti degli autotrapianti, riporta tuttavia percentuali di successo assai elevate a favore di tale pratica, comunque paragonabili a quelli implantari.

L’autotrapianto, in più, comporta una serie di ulteriori vantaggi: il mantenimento di un elemento biologicamente attivo in grado di mantenere un adeguato trofismo parodontale, una riabilitazione funzionale e naturalmente estetica, oltre a una drastica riduzione dei costi e al mantenimento di un elemento il più a lungo possibile, il che può essere considerato come un successo terapeutico.

La presente trattazione prende anche in esame un’interessante analisi retrospettiva del luglio 2020, pubblicata sul Journal of Dentistry da Luca Boschini, Michele Melillo e Federico Berton. Il lavoro ha come tematica l’autotrapianto dentale in sostituzione della riabilitazione implantare o mobile.

Nello studio sono stati analizzati tutti i pazienti sottoposti ad autotrapianto di molari definitivi tra il 2005 ed il 2011 in uno studio specializzato a Rimini. Il lavoro sottopone quindi ad analisi una serie di pazienti, nei quali era stata valutata la possibile indicazione a eseguire una riabilitazione di questo tipo per la presenza di condizioni adeguate.

Per l’esecuzione di un autotrapianto vengono, infatti, valutati diversi fattori, fra cui le condizioni del sito alveolare e le condizioni di sviluppo della radice del dente trapiantato. Il segreto nella realizzazione dell’autotrapianto sta nel mantenimento dell’integrità del legamento parodontale sul versante dentale.

L’età media dei pazienti analizzati nello studio è di 33,6 (± 7,4) anni con un follow-up eseguito a 11,9 (± 1,9) anni.

La percentuale di successo all’ultimo controllo si attesta intorno all’80% con una sopravvivenza del 95% dei casi in esame. Il dato è, in conclusione, da ritenere assolutamente elevato: tali risultati sono però strettamente subordinati all’attenta selezione del caso e al rispetto dei protocolli attualmente validi.

Riferimenti bibiliografici sull'autotrapianto dentale

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/32389731/

Analisi retrospettiva circa i risultati a lungo termine di autotrapianti di denti permanenti - Ultima modifica: 2021-09-16T06:12:51+00:00 da redazione

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