Negli ultimi quindici anni il mercato dei materiali adesivi ha assistito a una progressiva trasformazione: dalla complessità dei sistemi multistep alla ricerca di protocolli clinici sempre più rapidi, intuitivi e “universali”. L’introduzione degli adesivi universali rappresenta probabilmente il punto culminante di questa evoluzione.
Questi materiali vengono proposti come sistemi in grado di aderire efficacemente a smalto, dentina, metalli, zirconia e ceramiche vetrose, utilizzabili con tecnica self-etch (automordenzante), etch-and-rinse (mordenzatura e risciacquo) o selective enamel etching (mordenzatura selettiva dello smalto), spesso in un unico flacone. Il messaggio commerciale è chiaro: un solo adesivo per tutte le situazioni cliniche.
Tuttavia, la domanda che molti clinici continuano a porsi è se questa “universalità” rappresenti una reale evoluzione biologica e clinica oppure una sofisticata operazione di marketing.
La risposta, come spesso accade in odontoiatria restaurativa, non è netta. Gli adesivi universali costituiscono certamente un progresso significativo rispetto ai sistemi precedenti, ma le evidenze scientifiche mostrano come la semplificazione non elimini la necessità di comprendere profondamente i meccanismi adesivi, le caratteristiche dei substrati e le limitazioni operative dei diversi materiali.

Evoluzione dei sistemi adesivi: perché sono nati gli universali?

Per comprendere il successo degli adesivi universali è necessario ripercorrere brevemente l’evoluzione dei sistemi adesivi. I sistemi etch-and-rinse a tre passaggi di quarta generazione hanno rappresentato per anni il gold standard dell’adesione dentinale grazie alla loro elevata affidabilità clinica. Tuttavia, la sensibilità tecnica, il tempo operativo e il rischio di errori clinici hanno spinto l’industria verso sistemi progressivamente più semplici.
I self-etch hanno successivamente ridotto il numero di passaggi clinici integrando primer e mordenzante. Sebbene abbiano migliorato la gestione della dentina umida e ridotto la sensibilità post-operatoria, hanno spesso mostrato limiti nell’adesione allo smalto non mordenzato. Gli adesivi universali nascono quindi con l’obiettivo di combinare i vantaggi dei due approcci: semplicità operativa e versatilità clinica. La loro caratteristica principale è la presenza di monomeri funzionali capaci di creare un legame chimico stabile con l’idrossiapatite residua.

Cosa rende “universale” un adesivo?

Universalità: realtà chimica o definizione commerciale?

Il termine “universale” è, di fatto, una definizione commerciale e non scientifica. Non esiste infatti una classificazione ISO che definisca rigorosamente cosa sia un adesivo universale.
Nella pratica, un adesivo viene definito universale quando:
• può essere utilizzato con differenti strategie adesive;
• aderisce a molteplici substrati;
• è compatibile con procedure dirette e indirette;
• può essere impiegato con cementi duali o autopolimerizzanti.
Questa versatilità è reale, ma non implica che tutte le modalità applicative siano equivalenti.
Di conseguenza, l’idea di “un solo adesivo per tutto” rischia di semplificare eccessivamente una realtà clinica molto più complessa.

Cosa contiene realmente un adesivo universale?

Uno degli aspetti più sottovalutati nella pratica clinica riguarda la composizione chimica degli adesivi universali.
Nonostante vengano spesso percepiti come una categoria omogenea, presentano differenze compositive significative che ne influenzano comportamento clinico, stabilità e performance adesive (Tabella 1).

Comprendere queste differenze è fondamentale perché la scelta dell’adesivo non dovrebbe dipendere soltanto dalla popolarità commerciale del prodotto, ma soprattutto dalla situazione clinica e dalla tecnica operativa utilizzata.

10-MDP e GPDM: non tutti i monomeri funzionali son uguali

Gran parte delle performance cliniche degli adesivi universali deriva dalla presenza di monomeri funzionali capaci di creare interazioni chimiche con i substrati dentali.
Il più studiato è il 10-MDP (10-metacriloilossidecil diidrogeno fosfato), introdotto originariamente da Kuraray nei sistemi Clearfil.
Il 10-MDP possiede una duplice funzione:
• la porzione metacrilica polimerizza con la matrice resinosa;
• il gruppo fosfato interagisce chimicamente con il calcio dell’idrossiapatite.
Questa interazione determina la formazione di sali di calcio stabili che sembrano contribuire alla maggiore stabilità idrolitica dell’interfaccia adesiva.
A differenza dei tradizionali sistemi etch-and-rinse, più aggressivi, i sistemi contenenti 10-MDP consentono di preservare parte dell’idrossiapatite attorno alle fibrille collagene, favorendo una zona ibrida potenzialmente più stabile nel lungo termine.
Anche il GPDM (glicerolo fosfato dimetacrilato) è un monomero funzionale fosfatato sviluppato per favorire l’interazione con calcio e substrati dentali. Tuttavia, rispetto al 10-MDP, sembra formare legami chimici meno stabili nel tempo (Tabella 2).

Dal punto di vista clinico, questa differenza è importante:
• il 10-MDP è generalmente associato a migliore stabilità idrolitica;
• il GPDM sembra offrire una maggiore aggressività iniziale ma minore stabilità del legame chimico.
Non sorprende quindi che molti degli adesivi universali con migliori evidenze cliniche a lungo termine siano basati prevalentemente sul 10-MDP.

Monomeri metacrilici: la matrice resinosa dell’adesivo

Oltre ai monomeri funzionali, gli adesivi universali contengono diversi monomeri metacrilici responsabili della formazione della matrice resinosa polimerizzata. Tra i più utilizzati vi sono:
• Bis-GMA (bisfenolo A glicidil metacrilato), monomero ad alta viscosità che conferisce rigidità e buone proprietà meccaniche;
• UDMA (uretano dimetacrilato), caratterizzato da viscosità inferiore rispetto al Bis-GMA e da una maggiore flessibilità della matrice resinosa;
• TEGDMA (trietilenglicole dimetacrilato), monomero a bassa viscosità utilizzato per migliorare fluidità e capacità infiltrativa dell’adesivo.
La combinazione tra questi componenti influenza numerosi aspetti clinicamente rilevanti, tra cui:
• viscosità dell’adesivo;
• capacità di infiltrazione;
• grado di conversione;
• proprietà meccaniche della matrice polimerizzata;
• assorbimento d’acqua e stabilità nel tempo.
In linea generale, monomeri più viscosi come il Bis-GMA tendono a migliorare la stabilità meccanica, mentre componenti più fluidi come il TEGDMA facilitano la penetrazione nei substrati dentali, pur potendo aumentare idrofilia e contrazione da polimerizzazione.
Dal punto di vista clinico, l’equilibrio tra questi monomeri contribuisce in maniera significativa a determinare maneggevolezza, performance adesiva e durabilità dell’interfaccia nel lungo termine.

Il pH dell’adesivo: quanto “morde” davvero?

Il pH rappresenta uno dei parametri più importanti perché determina il grado di aggressività verso smalto e dentina. Gli adesivi universali sono generalmente classificati come:
• ultra-mild (pH ≥ 2,5);
• mild (pH ≈ 2);
• intermediately strong (pH 1-2);
• strong self-etch (pH ≤ 1).
Dal punto di vista clinico, un pH più basso aumenta la capacità mordenzante e la demineralizzazione superficiale.
Tuttavia, un’eccessiva aggressività può:
• ridurre l’idrossiapatite residua;
• diminuire il potenziale legame chimico del 10-MDP;
• aumentare permeabilità e degradazione.
Al contrario, adesivi ultra-mild preservano maggiormente l’idrossiapatite favorendo il legame chimico, ma richiedono quasi sempre mordenzatura selettiva dello smalto.
Si tratta di un apparente paradosso clinico: gli adesivi più aggressivi non sono necessariamente quelli più stabili nel lungo termine.

Solventi: perché il sistema solvente influenza il comportamento clinico

Il sistema solvente rappresenta uno degli elementi più importanti nella formulazione degli adesivi universali.
La sua funzione è quella di trasportare i monomeri all’interno della dentina demineralizzata favorendone la penetrazione tra le fibrille collagene.
Negli adesivi universali l’acqua è generalmente sempre presente, poiché necessaria alla ionizzazione dei monomeri funzionali acidi e al corretto funzionamento della componente self-etch. A questa si associano, in proporzioni variabili, co-solventi quali etanolo e acetone, che influenzano volatilità, evaporazione, infiltrazione e sensibilità tecnica del sistema adesivo.
Dal punto di vista clinico, le differenti combinazioni solventi possono contribuire a modificare la maneggevolezza del materiale e la tolleranza agli errori operativi (Tabella 3).

Acqua

Gli adesivi con elevato contenuto acquoso tendono a:
• essere più stabili dal punto di vista chimico;
• favorire l’attivazione dei monomeri funzionali;
• risultare meno sensibili all’eccessiva disidratazione dentinale.
Tuttavia, richiedono un’accurata evaporazione. Se l’acqua residua non viene adeguatamente eliminata, possono infatti aumentare:
• permeabilità dell’interfaccia;
• nanoinfiltrazione;
• degradazione idrolitica.

Etanolo

L’etanolo migliora la volatilità del sistema e facilita l’evaporazione del solvente. Gli adesivi etanolici risultano spesso:
• più semplici da asciugare;
• meno suscettibili a residui acquosi;
• più tolleranti nella pratica clinica quotidiana.
Per questo motivo molti clinici li considerano particolarmente indicati nei restauri diretti di routine.

Acetone

L’acetone possiede elevata volatilità e forte capacità di trasporto dei monomeri.
Tuttavia, gli adesivi acetone-based risultano:
• più sensibili alla disidratazione dentinale;
• più dipendenti dal corretto grado di umidità;
• tecnicamente più sensibili.
Pur offrendo elevate performance immediate, richiedono generalmente maggiore esperienza operativa.

HEMA: vantaggio clinico o limite biologico?

Tra gli acronimi più frequentemente citati nella letteratura adesiva vi è HEMA, abbreviazione di 2-idrossietil metacrilato.
Si tratta di un monomero idrofilo storicamente utilizzato nei sistemi adesivi per migliorare:
la bagnabilità della dentina;
la penetrazione dei monomeri nelle fibrille collagene;
la miscibilità tra componenti idrofile e idrofobe.
Dal punto di vista clinico, la presenza di HEMA rende generalmente l’adesivo più semplice da utilizzare e meno soggetto a separazione di fase.
Tuttavia, la sua elevata idrofilia comporta anche alcuni svantaggi (Tabella 4).

Negli ultimi anni sono comparsi adesivi universali HEMA-free, progettati per migliorare la stabilità dell’interfaccia adesiva.
Anche in questo caso, però, non esiste una soluzione perfetta:
• gli adesivi con HEMA risultano spesso più semplici da utilizzare;
• quelli HEMA-free potrebbero offrire maggiore stabilità chimica, ma essere più sensibili alla tecnica operativa (Tabella 5).

Riempitivi nanometrici: adesivo più fluido o più resistente?

Alcuni adesivi universali contengono filler nanometrici in grado di modificare viscosità, spessore del film adesivo e comportamento meccanico.
Gli adesivi più riempiti tendono a:
• creare film adesivi più spessi;
• migliorare l’assorbimento degli stress;
• aumentare la resistenza meccanica.
Tuttavia, un eccesso di viscosità potrebbe ridurre la capacità infiltrativa nelle aree profonde.
Dal punto di vista clinico:
• adesivi più fluidi risultano spesso vantaggiosi nelle cavità profonde;
• adesivi maggiormente riempiti possono essere utili nei restauri indiretti o in situazioni ad alto stress occlusale.
Silano incorporato: reale vantaggio o limite chimico?
Molti adesivi universali dichiarano la presenza di silano nella formulazione, con l’obiettivo di migliorare l’adesione alle ceramiche vetrose.
Tuttavia, il silano presenta una limitata stabilità chimica in ambiente acquoso e acido.
Di conseguenza:
• il silano incorporato potrebbe degradarsi nel tempo all’interno del flacone;
• le performance adesive potrebbero risultare inferiori rispetto all’utilizzo di un silano dedicato separato.
Per questo motivo, nelle procedure indirette più complesse molti clinici continuano a preferire protocolli tradizionali con silanizzazione separata.

Compatibilità con cementi duali e autopolimerizzanti

Un aspetto spesso sottovalutato riguarda la compatibilità degli adesivi universali con cementi dual-cure o autopolimerizzanti.
Alcuni adesivi particolarmente acidi possono interferire con i sistemi redox dei materiali duali compromettendo la polimerizzazione chimica.
Questo aspetto assume particolare importanza in:
• cementazione di perni endodontici;
• restauri indiretti profondi;
• overlay e onlay;
• aree con limitata penetrazione luminosa.
Per questo motivo è importante verificare:
compatibilità dichiarata dal produttore;
eventuale necessità di attivatori dual-cure;
comportamento clinico documentato in letteratura.

Implicazioni cliniche

Smalto: la mordenzatura selettiva resta il riferimento

Uno dei punti più discussi riguarda l’adesione allo smalto. Sebbene gli adesivi universali possano essere applicati in modalità self-etch pura, numerose revisioni sistematiche confermano che la mordenzatura selettiva dello smalto migliora significativamente la forza adesiva e la stabilità marginale.
Il motivo è legato al pH relativamente moderato della maggior parte degli adesivi universali. Un’acidità troppo lieve non produce infatti un pattern di mordenzatura dello smalto paragonabile a quello ottenuto con l’acido ortofosforico.
Clinicamente, questo si traduce in:
• maggiore rischio di discolorazioni marginali;
• aumento del microleakage;
• possibile riduzione della longevità restaurativa.
Per questo motivo, molti autori suggeriscono oggi il selective enamel etching come approccio preferenziale quando si utilizzano adesivi universali.
In altre parole, l’adesivo “universale” funziona meglio quando non viene utilizzato in maniera completamente universale.

Dentina: minore sensibilità e maggiore tolleranza clinica

Se sullo smalto persistono alcune criticità, sulla dentina gli adesivi universali hanno mostrato vantaggi clinici concreti.
L’approccio self-etch consente infatti di ridurre il rischio di collasso delle fibre collagene, riduce la sensibilità tecnica legata al controllo dell’umidità dentinale e si associa, generalmente, a una minore incidenza di sensibilità post-operatoria. Inoltre, la preservazione di una quota di idrossiapatite residua favorisce l’interazione chimica dei monomeri funzionali, in particolare del 10-MDP, contribuendo potenzialmente alla stabilità dell’interfaccia adesiva nel tempo. Numerosi trial clinici randomizzati hanno confermato basse percentuali di sensibilità post-operatoria e buoni risultati clinici nei restauri diretti in composito, rendendo gli adesivi universali una soluzione prevedibile e ampiamente utilizzabile nella pratica quotidiana.

Adesivi universali

Evidenze cliniche di durabilità

Negli ultimi anni sono stati pubblicati numerosi studi clinici prospettici e diverse revisioni sistematiche che hanno consentito di valutare con maggiore accuratezza la durabilità clinica degli adesivi universali.
Le evidenze più solide derivano dai restauri cervicali non cariosi (NCCL), considerati un modello clinico particolarmente sensibile per l’analisi della stabilità dell’interfaccia adesiva nel tempo. In questo contesto, gli adesivi universali hanno mostrato tassi di ritenzione generalmente compresi tra l’80% e il 95% a 3-5 anni di follow-up, con performance complessivamente sovrapponibili a quelle dei migliori sistemi adesivi etch-and-rinse e self-etch tradizionali.
Le più recenti meta-analisi non hanno evidenziato differenze clinicamente rilevanti nella sopravvivenza restaurativa tra adesivi universali e sistemi adesivi convenzionali. Le differenze osservate riguardano prevalentemente parametri qualitativi, quali integrità e discolorazione marginali, che continuano a favorire gli approcci che prevedono la mordenzatura dello smalto.
I dati attualmente disponibili con follow-up più prolungati, fino a circa 7-8 anni, riportano tassi di ritenzione indicativamente compresi tra il 73% e l’80%, suggerendo una sostanziale stabilità clinica nel medio-lungo termine indipendentemente dalla strategia adesiva adottata, purché il protocollo applicativo venga eseguito correttamente. Un recentissimo studio con follow-up di 7,5 anni ha inoltre evidenziato performance cliniche sovrapponibili tra modalità self-etch, selective-etch ed etch-and-rinse, con tassi di ritenzione compresi tra il 72,7% e il 79,4%.
Nel complesso, le evidenze cliniche oggi disponibili supportano l’impiego degli adesivi universali come sistemi affidabili e prevedibili nel medio-lungo termine, senza evidenze di inferiorità clinicamente significativa rispetto ai sistemi adesivi convenzionali. Rimangono tuttavia necessari ulteriori studi prospettici per confermarne la durabilità oltre questo intervallo temporale (Tabella 7).

Adesivi universali

 

Adesivi universali e restauri indiretti

Gli adesivi universali hanno avuto un forte impatto anche nell’odontoiatria indiretta.
La possibilità di utilizzare lo stesso materiale per restauri diretti, cementazione adesiva, riparazioni intraorali e adesione a zirconia e metalli rappresenta indubbiamente un vantaggio logistico e operativo.
Molti adesivi universali contengono silano o monomeri fosfatici capaci di interagire con zirconia e metalli. Tuttavia, anche in questo ambito i risultati non sono uniformi.
Le revisioni sistematiche mostrano che:
• sulle ceramiche vetrose il protocollo convenzionale con acido fluoridrico e silano separato rimane spesso superiore;
• sulla zirconia il 10-MDP migliora significativamente l’adesione;
• la presenza di silano incorporato nell’adesivo può avere stabilità limitata nel tempo.
Pertanto, anche nelle procedure indirette l’approccio “one bottle fits all” deve essere interpretato con cautela.

Tutti gli adesivi universali sono davvero equivalenti?

Uno degli errori più frequenti consiste nel considerare tutti gli adesivi universali come una categoria omogenea.
In realtà, come abbiamo visto le differenze compositive sono rilevanti:
• alcuni contengono HEMA, altri ne sono privi;
• i solventi possono essere acqua, etanolo o acetone;
• il pH varia considerevolmente;
• il contenuto di riempitivo è molto eterogeneo.
Uno studio clinico randomizzato pubblicato nel 2025 ha evidenziato differenze significative nelle performance cliniche tra adesivi universali con differente solvente e contenuto di HEMA.
Anche recenti meta-analisi confermano che non esiste ancora un “gold standard” universale condiviso.
Di conseguenza, il clinico non dovrebbe scegliere un adesivo universale soltanto in base alla semplicità d’uso o alla popolarità commerciale, ma considerando:
• qualità delle evidenze cliniche;
• follow-up disponibili;
• compatibilità con il proprio protocollo operativo;
• prevedibilità nel medio-lungo termine.

Marketing e futuro

Marketing e percezione clinica

L’industria odontoiatrica ha certamente contribuito alla diffusione degli adesivi universali attraverso strategie comunicative molto efficaci.
Termini come “all-in-one”, “zero sensitivity”, “no waiting”, “universal compatibility” e “one bottle system” hanno creato l’idea di materiali quasi privi di limiti operativi.
In realtà, la letteratura scientifica è molto più prudente. Le performance cliniche degli adesivi universali appaiono generalmente buone, ma dipendenti dal protocollo utilizzato e dall’esperienza dell’operatore.
Il marketing ha quindi enfatizzato la versatilità reale del materiale, ma talvolta ha trasmesso il messaggio implicito che la tecnica adesiva fosse diventata meno importante.
È probabilmente questo il principale equivoco generato dagli adesivi universali.

Il futuro dell’adesione: non solo semplificazione

La ricerca contemporanea sta cercando di superare il vero limite dell’adesione moderna: la degradazione dell’interfaccia nel tempo.
Le nuove linee di sviluppo includono:
• nanoparticelle bioattive;
• rilascio controllato di agenti antibatterici;
• inibitori delle metalloproteinasi;
• sistemi auto-riparanti;
• miglioramento della resistenza idrolitica.
Il futuro degli adesivi potrebbe quindi non essere legato a una maggiore semplificazione, ma piuttosto a una maggiore stabilità biologica dell’interfaccia adesiva.

Conclusioni

Gli adesivi universali rappresentano una reale evoluzione dell’odontoiatria adesiva contemporanea. Hanno semplificato i protocolli clinici, aumentato la versatilità operativa e migliorato la gestione clinica della dentina.
Tuttavia, il concetto di “universale” non deve essere interpretato come sinonimo di equivalenza clinica in tutte le situazioni operative.
Le evidenze disponibili indicano chiaramente che:
• la mordenzatura selettiva dello smalto rimane consigliabile;
• le prestazioni variano tra i diversi prodotti;
• la tecnica operativa continua a essere determinante;
• la semplificazione non elimina la necessità di conoscenza biologica e clinica.
La vera innovazione degli adesivi universali non consiste nell’aver eliminato la complessità dell’adesione, ma nell’averla resa più gestibile nella pratica clinica quotidiana.
In conclusione, gli adesivi universali non sono soltanto marketing, ma la comunicazione commerciale ne ha talvolta semplificato eccessivamente la lettura clinica.

La semplificazione riduce davvero gli errori?

Uno dei principali argomenti commerciali a favore degli adesivi universali è la riduzione degli errori clinici grazie alla semplificazione operativa. Il concetto è plausibile: meno passaggi clinici significano teoricamente meno possibilità di contaminazione o di errore procedurale. Tuttavia, la realtà clinica mostra che gli adesivi universali non sono materiali forgiving in senso assoluto. Al contrario, rimangono fondamentali:

  • tempo di strofinamento attivo (“active scrubbing”);
  • evaporazione completa del solvente;
  • corretto controllo dell’umidità;
  • adeguato spessore del film adesivo;
  • polimerizzazione efficace;
  • rispetto dei tempi applicativi.

Molti fallimenti clinici derivano proprio dalla falsa percezione che questi sistemi siano semplici da utilizzare indipendentemente dal protocollo operativo. Le discussioni tra clinici mostrano chiaramente come la tecnica operativa continui a essere considerata il fattore determinante del successo adesivo. In numerose esperienze condivise da odontoiatri esperti emerge un concetto ricorrente: “technique is more important than the bonding agent”. In altre parole, la semplificazione del materiale non sostituisce il rigore clinico.

Take home message
  • Gli adesivi universali garantiscono risultati clinici affidabili, confermati anche nel medio-lungo termine.
  • Le differenze tra adesivi universali e sistemi convenzionali riguardano soprattutto parametri qualitativi, mentre la sopravvivenza restaurativa risulta generalmente sovrapponibile.
  • La mordenzatura selettiva dello smalto rimane la strategia preferibile per ottimizzare integrità marginale e durabilità restaurativa.
  • I sistemi contenenti 10-MDP offrono le evidenze più solide in termini di stabilità chimica e clinica dell’interfaccia adesiva.
  • Il successo clinico dipende dalla corretta selezione della strategia adesiva, dall’adesivo utilizzato e dal rigoroso rispetto del protocollo applicativo.
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Adesivi universali: semplificazione reale o marketing? - Ultima modifica: 2020-06-17T14:14:08+02:00 da Paola Brambilla
Adesivi universali: semplificazione reale o marketing? - Ultima modifica: 2020-06-17T14:14:08+02:00 da Paola Brambilla