CONDIVIDI
Alessandro Motroni

È Alessandro Motroni, 34 anni, comasco, una laurea in Ingegneria biomedica conseguita presso il Politecnico di Milano e una missione: portare gli strumenti più avanzati della diagnostica per immagine nel mondo dell’odontoiatria. Un compito non facile, ma entusiasmante per chi conosce le potenzialità delle nuove tecnologie.

Alessandro Motroni, ingegnere biomedico specializzato in strumentazione ospedaliera e diagnostica per immagini, è nato a Como nel 1976. Ancora prima di conseguire la laurea in Ingegneria biomedica presso il Politecnico di Milano, inizia a occuparsi dell’applicazione in campo medicale delle tecnologie di ricostruzione tridimensionale e dello sviluppo di filtri di segmentazione delle immagini radiologiche, sia per uso diagnostico, sia per la pianificazione e la simulazione di interventi chirurgici. In campo dentale e maxillo-facciale collabora con specialisti a livello internazionale per la pianificazione computer-assistita di interventi chirurgici e per la navigazione virtuale del paziente. La sua missione, spiega, è portare gli strumenti più avanzati della diagnostica per immagini ai clinici, per un’applicazione pratica e integrata nella chirurgia di tutti i giorni. I risultati delle sue ricerche in questo ambito sono correntemente pubblicati su riviste scientifiche nazionali e internazionali. Revisore di articoli scientifici per la rivista Clinical Implant Dentistry and Related Research (Wiley) su argomenti legati al dental imaging, Motroni è fondatore e responsabile tecnico di 3Diemme, la società di bioingegneria con sede a Cantù (Como) che supporta il clinico nella valutazione e nell’acquisto di nuove tecnologie medicali e nella ricerca di fornitori qualificati per la creazione di nuovi prodotti.

Ingegner Motroni, partiamo da lontano: quando è nata l’ingegneria biomedica e che ricadute ha avuto nella medicina?

Dal punto di vista “istituzionale” l’ingegneria biomedica è una scienza relativamente nuova, basti pensare che nel 2010 è caduto il ventennale della fondazione del Dipartimento di Bioingegneria del Politecnico di Milano, fulcro della ricerca a livello internazionale. In realtà le origini di questa disciplina, che fonde tecnologia e medicina, si perdono nella storia. Ritengo che il primo “ingegnere biomedico” possa essere considerato Leonardo Da Vinci, che per primo ha affrontato gli studi anatomici con la stessa mentalità ingegneristica che gli ha permesso di costruire meravigliose invenzioni. Oggi l’utilizzo della tecnologia è assolutamente integrato in tutto il percorso riabilitativo del paziente: dalla diagnosi strumentale fino al trattamento chirurgico e al follow up post-operatorio.

Forse un capitolo a parte andrebbe dedicato all’odontoiatria: qual è stato l’impatto della tecnologia in questa disciplina e quale il contributo dell’ingegneria al settore odontoiatrico?

In questo ambito i contributi della tecnologia sono stati decisivi, basti pensare ai biomateriali che vengono utilizzati nella chirurgia odontoiatrica di tutti i livelli: dai cementi alle resine fotopolimerizzabili, fino ai materiali utilizzati per la costruzione degli impianti e ai trattamenti di superficie a cui sono sottoposti. Molte di queste tecnologie tuttavia non sono state sviluppate appositamente per il settore odontoiatrico, ma sono state “ereditate” da altre discipline mediche quali l’ortopedia e la neurochirurgia. Parlando di contributi dedicati in senso stretto, invece, la diagnostica strumentale odontoiatrica è stata particolarmente avvantaggiata dall’introduzione della tecnologia di acquisizione cone beam, che, con una dose di raggi ridotta rispetto all’acquisizione tomografica tradizionale, restituisce al clinico delle immagini diagnostiche di alta qualità su cui elaborare un piano di trattamento completo.

Le tecnologie si sono imposte più in ambito diagnostico o in quello terapeutico? 

Diagnosi e terapia costituiscono le due parti del piano di trattamento del paziente e le tecnologie si sono concentrate nello sviluppo di entrambe. Il processo diagnostico probabilmente è quello che è stato più sottoposto a evoluzioni nel corso degli anni, visto che dalle decisioni prese dal cinico in questa fase dipende tutto il percorso terapeutico e riabilitativo del paziente. Oggi è possibile utilizzare in studio apparecchiature che fino a pochi anni fa erano poco accessibili; la tecnologia cone beam si è imposta sia sotto forma di macchine a grosso campo di analisi, come il cranio completo, sia incorporata in panoramici digitali “multi-funzione”, supportando le decisioni del clinico in modo esauriente e spesso tridimensionale. Le informazioni acquisite con queste tecnologie possono essere interpretate con software diagnostici ad altissima precisione che consentono di ricostruire perfettamente l’anatomia del soggetto e simulare l’intervento chirurgico sul modello virtuale. Tale pianificazione può essere tradotta nel piano terapeutico reale grazie alla possibilità di lavorare in chirurgia guidata, ovvero trasferire il progetto virtuale in una guida chirurgica personalizzata sulle esigenze di clinico e paziente, e di preparare preventivamente una protesi provvisoria da montare in fase post-intervento, nel caso in cui fosse possibile eseguire un carico immediato. Tutto questo è supportato anche dalle tecnologie CAD-CAM in dotazione nei moderni laboratori odontotecnici, la cui arte si fonde con l’utilizzo di materiali e macchine sempre più sofisticate.

Qual è attualmente il livello tecnologico medio dell’odontoiatra italiano?

Attualmente quello che riscontriamo è una notevole curiosità dell’odontoiatra verso le nuove tecnologie, purtroppo non sempre finalizzata alla loro adozione. Da un lato, la tecnologia di ultima generazione ha un costo piuttosto elevato che, in questi momenti di incertezza economica, non sempre è ammortizzabile nel breve periodo. Dall’altro, la scienza odontoiatrica è sempre stata molto “pratica” e poco tecnologica, dunque gli odontoiatri più maturi fanno fatica a integrare un percorso di questo tipo all’interno dei loro studi. I giovani odontoiatri invece, essendo più abituati all’utilizzo del computer nella loro vita quotidiana, riescono a cogliere gli aspetti positivi di questa fase di crescita che, come è naturale, sta seguendo il cambio “generazionale”.

Quali sono le apparecchiature maggiormente diffuse? 

Gli ortopantomografi digitali e, timidamente, qualche macchina cone beam a volume ridotto (da 5 a 8 cm). Anche se il mercato sta spingendo verso la gestione 3D del paziente, ancora si fa affidamento alle “vecchie” immagini bidimensionali, sia per la maggiore semplicità di interpretazione, sia per abitudine. Tuttavia noto che alcuni odontoiatri si spingono oltre, soprattutto nella fase di dialogo con il paziente il quale, non avendo spesso la cultura necessaria per comprendere a fondo il piano di trattamento, è più coinvolto nella decisione osservando la sua mandibola o la mascella virtuale che ruotano sullo schermo del computer. Tra le apparecchiature “terapeutiche”, invece, i manipoli e i micromotori hanno raggiunto l’eccellenza e sono oggi utilizzati da tutti i professionisti del settore, insieme alla strumentazione per la chirurgia piezoelettrica, sempre più diffusa.

Cosa spinge oggi un professionista ad abbracciare le nuove tecnologie?

Potremmo distinguere due “stimoli” principali: il primo è sicuramente il paziente. Rispetto a qualche anno fa, oggi il paziente è molto informato (tramite riviste di divulgazione o interviste TV) e non “subisce” più il trattamento terapeutico in modo passivo. Molto spesso vengo interpellato dai chirurghi che desiderano utilizzare le nostre tecnologie per comunicare con il paziente o per supportarli in un approccio meno invasivo rispetto a quello della chirurgia tradizionale. Il secondo motivo è la concorrenza: il numero degli studi odontoiatrici è aumentato, e anche la concorrenza dall’estero si sta facendo sentire, per non parlare delle cliniche “low-cost”. Se l’odontoiatra non resta al passo con i tempi, molto probabilmente il paziente si guarderà attorno e troverà un’alternativa che può essere più economica o più tecnologica: ma la prima viene generalmente ignorata se la seconda è realmente percepita dal paziente come valore aggiunto al suo trattamento terapeutico.

Quali sono invece i principali ostacoli che incontra l’odontoiatra nell’impiego delle moderne apparecchiature?

Sono essenzialmente due: l’investimento economico e l’impegno personale. Il primo è affrontabile in funzione del numero di pazienti su cui ammortizzare l’investimento. L’impegno personale, invece, la chiave del successo di ogni impresa, è diverso da un odontoiatra all’altro: per alcuni, a causa di una particolare “forma mentis”, l’approccio all’utilizzo del computer è decisamente problematico; altri invece, grazie alla passione per il proprio lavoro, riescono a superare queste difficoltà.

Come sarà l’odontoiatria di domani?

Oggi il clinico vorrebbe interagire con la tecnologia in modo più semplice. Penso che in futuro si arriverà a un punto di incontro tra l’esigenza di “usabilità” del clinico e le potenzialità ancora inespresse della tecnologia. Questo sarà possibile solo quando il trattamento terapeutico sarà percepito come un lavoro di squadra, in cui ogni componente del team mette a disposizione le proprie abilità specifiche. La nostra esperienza ci conferma che nei gruppi di ricerca (soprattutto esteri) multi-disciplinari, composti da radiologi, odontoiatri, bioingegneri, protesisti e odontotecnici, il flusso di lavoro non ha ostacoli e le specifiche competenze si completano a vicenda lungo la meravigliosa strada che porta al successo terapeutico.

NESSUN COMMENTO

LASCIA UN COMMENTO