Polimerizzazione e fattori che possono influire in odontoiatria restaurativa

Polimerizzazione e fattori che possono influire in odontoiatria restaurativa

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Nella prima parte dell’articolo è già stato brevemente osservato come le metodiche di stratificazione in odontoiatria restaurativa si siano evolute sulla base delle proprietà dei materiali da otturazione. Alcuni Autori attribuiscono a questo elemento un’importanza superiore rispetto a tipo di materiale, colore/traslucenza, tempo di esposizione nell’ottica del processo di polimerizzazione. Essi quantificano in 2 mm lo spessore oltre il quale non è possibile ottenere un grado di conversione sufficiente a garantire le proprietà del materiale. Ne è un esempio il lavoro di Flury del 2014, che ha determinato come oltre i 2 mm si ottenesse una riduzione del livello di microhardness secondo la scala di Vickers.

Tali evidenze, che risultano universalmente applicabili ai compositi fotopolimerizzabili comuni, vanno rilette con l’avvento dei compositi bulkfill. Tenendo come base la tecnica incrementale dei 2 mm, questi prodotti rappresentano oggi una valida alternativa nel caso di cavità profonde, garantendo anche un guadagno in termini di tempo. Possono essere inoltre addizionati a tecnica convenzionale, ad esempio nella fase di modellazione del tavolato occlusale. Questi materiali, dotati di migliori capacità di trasmissione della luce, portano quantomeno alla soglia di 4 mm valori di comparabili con quelli dei compositi stratificati in termini di grado di conversione e microhardness.

Un altro aspetto che può essere considerato, anche in riferimento alle premesse al presente lavoro, riguarda la preparazione cavitaria. Questa, come anticipato, si avvantaggia dell’utilizzo del composito e, in linea di massima, si limita a seguire la carie.

In alcuni casi, tipicamente a livello dei molari, la preparazione assume contorni molto ampi. È stato dimostrato come questa condizione possa predisporre ad un’irradiazione disomogenea e, quindi, ad un grado di conversione incostante all’interno del restauro. Un’opzione da considerare, che risulta suffragata da tali considerazioni, riguarda l’impiego di intarsi in composito: essendo realizzati in laboratorio, questi presentano un grado di polimerizzazione ottimale e soprattutto uniforme.

Paradossalmente, indicazioni analoghe sono state notate considerando le preparazioni particolarmente conservative (strette).

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Per concludere, una considerazione riguarda la posizione della cavità da otturare. Soprattutto nelle zone dentarie posteriori può essere difficoltoso inserire la punta della lampada fotopolimerizzante in posizione ravvicinata e ortogonale. Questo può indurre l’operatore ad allontanare la sorgente luminosa o a modificarne l’angolatura. Anche in questo caso, il materiale potrebbe riportare un grado di polimerizzazione insufficiente o disomogeneo. Si potrà comunque ovviare a tale problematica semplicemente prolungando il tempo di esposizione. Questa stessa soluzione viene consigliata in caso di situazioni particolari, come ad esempio i casi di polimerizzazione indiretta, che prevedono cioè il passaggio attraverso un altro substrato – dentina, ceramica o anche composito pre-polimerizzato, come nel caso degli intarsi.

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