Sedazione cosciente nel bambino

La sedazione cosciente permette di controllare l’ansia e la paura nel bambino. “Se fino ad oggi eravamo abituati a pensare all’esistenza di due grandi ambiti di cura del piccolo paziente, l’ambulatorio e l’ospedale”, dice Angela Galeotti, responsabile dell’Unità operativa di Odontostomatologia dell’Ospedale pediatrico “Bambino Gesù” di Roma, “oggi abbiamo a disposizione una terza via. La sedazione cosciente con protossido d’azoto e ossigeno, infatti,  se utilizzata correttamente, dà l’opportunità sempre in ambito ambulatoriale di accompagnare il paziente in un regime assistenziale intermedio e questo in pediatria è un grande valore. Perché una cosa è dover coinvolgere la famiglia del bambino in un percorso che richiede una serie di interventi a livello assistenziale e livello psicologico di una certa rilevanza, un’altra invece è poter risolvere il problema in modo più semplice”.

Secondo Galeotti, questa opportunità, l’analgesia relativa secondo Langa (dal nome di chi l’ha usata per primo in odontoiatria: Henry Langa – l’ideatore della tecnica nata negli anni Settanta e che nei Paesi anglosassoni ebbe subito fortuna) rappresenta un diritto del bambino, un diritto del paziente in assoluto e in modo particolare del bambino affinché possa controllare e arginare la paura del dentista. “Il bambino ha infatti il diritto di poter vivere un rapporto costruttivo con l’odontoiatra”, dice l’odontoiatra pediatrica, “di sperimentare un vissuto positivo che gli consenta di affrontare con serenità quelle situazioni che dal punto di vista culturale hanno sempre creato uno stato di angoscia, di paura che in alcuni casi può diventare fobia. Uno stato d’animo che se non controllato si traduce poi, in ultima istanza, nell’allontanamento del paziente, una volta diventato adulto, dall’odontoiatra, con gravi ripercussione per il suo stato di salute”.

Le resistenze alla sedazione cosciente

Sono principalmente due i fattori che ancora oggi ostacolano lo sviluppo e la diffusione delle tecniche di sedazione cosciente negli studi odontoiatrici. “Da una parte è il tempo richiesto agli operatori per attuare le procedure di sedazione cosciente a scoraggiare gli odontoiatri a utilizzare questa metodica”, dice Galeotti, “dall’altra le resistenze sono invece di ordine culturale e di conoscenza della materia, nel senso che a volte l’operatore è convinto che la sedazione cosciente possa essere condotta solo dall’anestesista, mentre è ampio il ventaglio di possibilità date all’odontoiatra nel rispetto delle proprie competenze. Tuttavia c’è anche una ragione storica che ha determinato l’oblio dei farmaci che inducono alla sedazione cosciente, a volte impiegati nelle fasi di pre-medicazione anestesiologica e dunque confusi con l’anestesia generale”.

Quando l’uso della sedazione cosciente è un dovere

Se per il bambino è un diritto poter beneficiare degli effetti positivi indotti dalla sedazione cosciente, per l’odontoiatra è un dovere rimuovere nel paziente il dolore, l’ansia e la paura del dentista. A dirlo è Giovanni Battisti Grossi, presidente di Aisod, l’Associazione italiana sedazionisti odontoiatri. “Purtroppo, in Italia”, denuncia Grossi, “siamo ancora indietro rispetto agli altri paesi dove la sedazione cosciente è ampiamente utilizzata in odontoiatria. C’è poca consapevolezza di quali siano gli strumenti disponibili nelle mani degli odontoiatri, ma servirebbe anche più formazione universitaria e post universitaria, perché ad oggi c’è solo un master di II livello all’Università di Padova dedicato a queste tematiche”.

Un problema di rapporto tra rischi e benefici

 

L’impiego di qualsiasi forma di anestesia richiede sempre la valutazione dei rischi, ma anche dei benefici che le cure attuate grazie all’impiego dell’anestesia appunto, possono generare.

È quanto ricorda Gian Maria Paolillo, anestesista, responsabile del servizio di anestesia dell’Istituto Stomatologico Italiano.

Un suggerimento pratico

È invece quello di Sergio Morena, medico odontoiatra del reparto di odontoiatria materno infantile dell’Istituto Stomatologico Italiano. “L’età anagrafica è una variabile da tener ben presente quando si ha a che far con i bambini”, dice Morena, “sino ai 4 anni, infatti, secondo la mia esperienza pluridecennale, è difficile poter contare sulla collaborazione del piccolo paziente: per questa ragione, se possibile, è meglio posticipare le cure anziché farle male col rischio di andare incontro a problemi più seri, tenendo però sempre controllato lo stato di salute del bambino”.

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