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Abbiamo chiesto a quattro esperti del settore di descrivere le problematiche più comuni a cui possono andare incontro gli impianti dopo alcuni anni di carico, scoprendo qualcosa di nuovo sull’implantologia, una disciplina che è segno sì del successo dell’odontoiatria, ma anche, come sostiene qualcuno, del suo “fallimento”.

Michele Maglione

I segni dell’evoluzione dell’odontoiatria di questi ultimi decenni sono ravvisabili in tutte le branche di questa disciplina. Gli strumenti diagnostici e terapeutici, nonché i protocolli clinici scritti sulla base delle evidenze scientifiche via via acquisite, hanno mostrato forza ed efficacia crescente nei trattamenti odontoiatrici. Tuttavia, tra tutte, forse è l’implantologia ad aver segnato, soprattutto agli occhi dei pazienti, il momento di maggior discontinuità tra la vecchia odontoiatria e quella più evoluta.

Un’odontoiatria diventata sempre più disciplina medico-chirurgica in grado di risolvere i casi più difficili, di restituire il sorriso al paziente edentulo, perché capace di ottimi risultati sul piano funzionale ma anche estetico. Le abilità tecniche degli odontoiatri italiani, considerati da molti tra i migliori al mondo, unite al desiderio di chi nelle nuove metodiche riabilitative ha creduto sin da subito, ha portato a risultati strabilianti, ma anche contraddittori.

L’Italia, infatti, nel mondo, oggi vanta il primato assoluto per numero di impianti posizionati rispetto alla popolazione. Un dato che deve far riflettere, anche alla luce delle complicanze più o meno “fisiologiche” a cui gli impianti, per loro natura, sembrano essere destinati a causare, come spiegano gli esperti che abbiamo incontrato.

Sistemi sommersi e non sommersi a confronto

Nel corso degli ultimi anni è stato dimostrato che non esiste una differenza nelle percentuali di successo tra sistemi sommersi e non sommersi. La scelta dell’una o dell’altra metodica dipende dalle condizioni specifiche del paziente. Nei casi di scarsa stabilita primaria dell’impianto, in associazione ad una scarsa qualità ossea, tendenzialmente i professionisti prediligono la tecnica sommersa, anche se l’unica reale differenza tra i due sistemi riguarda l’estetica, più semplice da gestire con i sistemi sommersi.

Come evitare i problemi più comuni

“Non si può certo negare che nel corso degli ultimi 20 anni”, dice Michele Maglione, medico chirurgo, specialista in odontostomatologia, (esperto di riabilitazioni implanto-protesiche, collabora anche con il professor Massimo Simion dell’Università degli Studi di Milano), “molto spesso si è preferito, anche sulla scia delle elevate percentuali di successo che mostravano le terapie implantari, sostituire denti compromessi, ma ancora con un margine di recupero, con impianti osteointegrati. Una scelta forse ancora oggi giustificata dal fatto che il recupero del dente compromesso richiedeva e richiede complesse terapie (endodontiche, parodontali, ecc) operatore sensibile, offrendo quindi scarsa predicibilità di successo se eseguite da clinici poco esperti”.

Tuttavia, anche un impianto nel corso degli anni può dare origine a complicanze. “Si tratta di problematiche biologiche e meccaniche”, spiega Maglione, “situazioni che non possiamo considerare “fisiologiche”, ma neppure dipendenti da una responsabilità del clinico. Se fino a qualche anno fa, infatti, potevamo dire ai nostri pazienti che il periodo più critico per un impianto era il primo anno di carico, superato il quale complicanze biologiche e/o meccaniche gravi tali da determinare la perdita dell’impianto potevano essere considerate eventi rari, oggi purtroppo abbiamo imparato che non è così, questa affermazione non possiamo sempre sostenerla.

Infatti, le nuove superfici implantari stanno portando alla nostra attenzione sempre più spesso complicanze biologiche gravi come la perimplantite, infiammazione/infezione con perdita progressiva e continua dell’osso di supporto perimplantare”. Secondo Maglione le vecchie superfici lisce erano e sono senza dubbio assai meno pericolose. Ma cosa dicono i dati epidemiologici su questa patologia? “In letteratura troviamo dati differenti circa la frequenza con cui si manifesta la malattia”, spiega l’odontoiatra, “questo a causa di una confusione che esisteva nella classificazione della patologia, tuttavia i dati dell’ultima consensus conference riportano comunque valori di circa il 5-7%, (alcuni autori riportano percentuali del 2, mentre altri addirittura del 40%).

Il fatto è che la perimplantite può presentarsi in qualsiasi momento e questo per noi rappresenta l’aspetto meno rassicurante”. Non resta dunque che affidarsi ai controlli periodici: ma con quale frequenza? “Nella realtà in cui opero, il protocollo di controllo dei paziente trattati con impianti osteointegrati”, spiega Maglione, “viene modulato sulle caratteristiche del paziente, tenendo conto della causa della perdita del dente, del tipo di edentulismo, del tipo di terapia (impianti semplici, oppure associati a tecniche rigenerative, siti post-estrattivi ecc), della presenza di eventuali parafunzioni, dell’età del paziente ed anche delle capacita di mantenimento di una buona igiene domiciliare.

Tenendo conto di tutti questi fattori, il paziente può essere controllato una sola volta all’anno o ogni tre mesi”. Ma la vera prevenzione delle complicanze, sostiene Maglione, nasce solo da un’attenta programmazione della terapia implantare che tenga conto a priori dei fattori di rischio meccanico e biologico. “Prima di iniziare qualsiasi trattamento implanto-protesico”, conclude l’esperto, “possiamo e dobbiamo sempre individuare l’indice di rischio meccanico, biologico ed estetico, così da poter scegliere, per quel paziente, la migliore sistematica implantoprotesica, affidabile e collaudata, oltre che supportata da un’adeguata letteratura scientifica”.

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