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Antonio Carrassi, professore ordinario di Malattie odontostomatologiche presso l’Università degli Studi di Milano

È ancora nell’aria l’eco della Giornata mondiale del diabete, celebrata lo scorso 14 novembre. I numeri di questa patologia sono importanti. Secondo la Società Italiana di Diabetologia e l’Associazione Medici Diabetologi Italiani, in Italia circa 5 milioni di persone soffrono di diabete o prediabete; il 40% di questi è colpito anche da gengivite e/o malattia parodontale con un possibile aggravamento del quadro clinico e un peggioramento della salute generale. Questo significa che circa 2 milioni di italiani convivono con il diabete e con la parodontite, malattia che rappresenta la sesta patologia cronica più diffusa nel mondo.

«In Italia, la diffusione di questa malattia negli ultimi 30 anni è pressoché raddoppiata», ricorda Antonio Carrassi, professore ordinario di Malattie odontostomatologiche presso l’Università degli Studi di Milano. Cosa potrebbero fare gli odontoiatri più di quanto già non facciano per aiutare i pazienti diabetici? «Innanzitutto», dice Carrassi, «bisognerebbe avere la fotografia precisa delle prassi oggi in uso tra gli odontoiatri, ma questo dato non è disponibile. Ritengo però che gli odontoiatri italiani già adottino azioni e comportamenti atti a contrastare i fattori di rischio per la salute orale (biofilm orali, alimentazione scorretta e fumo), spesso comuni a molte altre malattie croniche».

Tuttavia, secondo il docente dell’Università degli Studi di Milano, la gestione clinica del soggetto diabetico dovrebbe tener conto anche di altri accorgimenti. «Gli appuntamenti, per esempio», dice Carrassi, «andrebbero fissati la mattina dopo che il paziente abbia assunto la sua terapia. Le sedute dovrebbero essere brevi e rispettare le misure atte a ridurre lo stress. Sappiamo poi che di base il soggetto diabetico è spesso affetto, seppur con vari livelli di gravità, da una micro e da una macroangiopatia e da difetti funzionali dei granulociti neutrofili che rendono le sue difese meno efficaci nei confronti di infezioni batteriche».

Uno dei padri della moderna odontoiatria, Harald Loe, ricorda Carrassi, sottolineò la frequente associazione tra malattie parodontali e diabete, sostenendo che la malattia parodontale fosse la “sesta complicanza del diabete”. «Alcuni recenti dati», spiega, «sembrerebbero ora indicare che la relazione diabete/malattia parodontale possa non essere solo unidirezionale, ma anche bidirezionale. Le citochine e i prodotti infiammatori che rilasciati all’interno di tasche parodontali profonde raggiungono il torrente circolatorio, contribuiscono all’incremento del carico infiammatorio globale e possono favorire un aumento della resistenza all’insulina».

Alcune ricerche, inoltre, fa notare Carrassi, mostrerebbero che il trattamento della malattia parodontale in un soggetto diabetico possa contribuire a migliorarne l’indice glicemico, ma c’è anche un altro importante contributo che l’odontoiatra potrebbe fornire. «Spesso la diagnosi di diabete», ricorda Carrassi, «è tardiva e viene posta sulla base di condizioni che rappresentano complicanze del diabete stesso. È emersa negli ultimi dieci anni una letteratura che indica come l’odontoiatra possa collaborare con i diabetologi nel giungere, particolarmente in alcune categorie di soggetti (adulti, sovrappeso e con malattia parodontale), a diagnosi precoci di diabete con metodi che si sono rivelati caratterizzati da un ottimo rapporto costo/efficacia. È questo un settore che necessita di conferme, ma che sono convinto possa portare a ottimi e utili risultati».

Su quanto, invece, medici e diabetologi possano essere alleati fedeli degli odontoiatri nel promuovere le pratiche di prevenzione e cura delle malattie del cavo orale nei pazienti diabetici, Carrassi ricorda il lavoro svolto in questi anni da un’importante società scientifica: «Credo che in questo campo la SIdP, la Società Italiana di Parodontologia e Implantologia, abbia dato un contributo esemplare, che potrebbe essere ripetuto da altre società scientifiche, sia sviluppando e diffondendo progetti sugli stili di vita e sul contrasto alle malattie croniche, sia avviando una importante collaborazione tra parodontologi e rappresentanti del mondo scientifico e professionale degli endocrinologi e, in particolare, dei diabetologi. Collaborazione sfociata in documenti comuni e in mutuali collaborazioni. Penso che più in generale anche la CAO (Commissione albo odontoiatri) possa giocare un ruolo straordinario nella sensibilizzazione dei medici di medicina generale».

Diabete e parodontite, le 10 cose da sapere secondo la SIdP

  1. Diabete (ne soffrono 3,9 milioni di italiani) e parodontite (8 milioni con forme gravi) sono malattie infiammatorie croniche e spesso correlate.
  2. La parodontite può rimanere a lungo asintomatica: il sanguinamento gengivale è il primo segno di malattia.
  3. La percentuale di casi di parodontite e diabete non diagnosticati è molto elevata.
  4. Chi soffre di diabete ha un rischio tre volte superiore di ammalarsi di parodontite.
  5. Viceversa, chi soffre di parodontite ha una tendenza a sviluppare il diabete.
  6. Il dentista deve eseguire un’accurata diagnosi (con una manovra specifica, il sondaggio parodontale) per individuare eventuali segni di parodontite.
  7. Se presente la parodontite, bisogna intervenire con un’adeguata terapia e suggerire al paziente un programma di regolari visite di controllo con il dentista e di mantenimento con l’igienista dentale
  8. Il dentista, attraverso la visita di denti e gengive e il colloquio con il Paziente, può rilevare segni e sintomi di sospetto diabete.
  9. Nei casi di sospetto diabete, il dentista può consigliare alcuni esami del sangue e una visita diabetologica.
  10. Trenta minuti di attività fisica frequente e moderata, una dieta sana e un’attenta igiene orale aiutano la salute e la prevenzione di parodontite e diabete.

(Per saperne di più: www.gengive.org)

 

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