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Ove A. Peters

Docente, nonché Direttore del Dipartimento di Endodonzia presso la School of Dentistry “Arthur Dugoni” della University of the Pacific, Ove A. Peters spiega com’è cambiata l’endodonzia negli ultimi dieci anni e quali competenze deve possedere il professionista che pratica questa importante branca dell’odontoiatria. 

E’ una delle personalità di maggior spicco dell’endodonzia. Ma com’è giunto a guadagnarsi questa reputazione a livello mondiale? Ove A. Peters, dopo aver conseguito nel 1990 la laurea in Odontoiatria presso l’Università di Kiel, in Germania, si trasferisce a Zurigo dove perfeziona la sua formazione, specializzandosi in endodonzia. Quindi trascorre alcuni anni in Svizzera, occupandosi di odontoiatria restaurativa, per poi spostarsi a San Francisco, dove consegue un master in Biologia orale presso l’Università di California.

Qui lavora per tre anni prima di approdare alla School of Dentistry “Arthur Dugoni” della University of the Pacific, dove oggi Peters è Docente, nonché Direttore del Dipartimento di Endodonzia. Autore di numerose pubblicazioni scientifiche, (il suo ambito di ricerca riguarda la preparazione canalare e le disinfezione), è membro dell’American Association of Endodontics e dell’International Association of Dental Research, oltre che fellow dell’International College of Dentists.

Professor Peters, l’endodonzia sta vivendo un’epoca straordinaria: quali sono state le principali innovazioni degli ultimi dieci anni?

Riguardano la diagnostica, l’innovazione o i materiali? L’innovazione non riguarda tanto la strumentazione, per la quale sarebbe più opportuno parlare di evoluzione, quanto le tecnologie diagnostiche che permettano all’endodonzista di conoscere la situazione all’interno del dente e capire come operare nel migliore dei modi. Tra le principali innovazioni ricordo l’APEX Locator (strumento elettronico, oggi più accessibile, usato per determinare la distanza del forame apicale), la videografia digitale e la diagnostica per immagini 3D (Cone Beam Computed Tomography – CBCT).

Quest’ultima può essere considerata l’unica vera innovazione degli ultimi dieci anni. Si tratta di una tecnologia secondo me molto promettente, sebbene non vista da tutti in modo favorevole, utile non solo nella pratica endodontica, ma anche nella ricerca. Molti endodonzisti stanno investendo in questa tecnologia al fine di poter prendere corrette decisioni sui trattamenti da effettuare. Tuttavia, per sfruttare al meglio questa apparecchiatura, che comporta un considerevole investimento, è importante saper interpretare la notevole mole di dati generati dal sistema. Insomma, non è tanto la singola innovazione tecnologica, ma la completezza degli strumenti oggi a disposizione dell’endodonzista ad aver assicurato l’evoluzione nel nostro settore.

Cosa offre agli studenti, soprattutto stranieri, la School of Dentistry “Arthur Dugoni” della University of the Pacific dove lei opera? Quanto è accessibile?

Nel corso della mia carriera ho avuto modo di frequentare e conoscere diverse università negli USA, ma anche in altri Paesi. La University of the Pacific è un’università nata come college indipendente, sebbene collegato all’Università di San Francisco. È una scuola privata che, pur non ricevendo contributi pubblici/ statali, è tra le prime tre degli USA: attualmente stiamo lavorando per avere anche un programma post-universitario che contiamo di poter avviare tra due anni. La retta annuale è di 85mila dollari, una cifra apparentemente alta, ma, per una scuola di elevato livello, in linea con i valori standard di mercato: anzi, forse anche un po’ al di sotto della media, considerando che offriamo un piano di studi a tempo pieno e che gli studenti ricevono tutto il materiale didattico. Giusto per fare un confronto, una scuola statale costa almeno 40mila dollari all’anno.

Gli studenti della nostra scuola sono 145, di cui 13 in endodonzia: ogni anno negli USA gli specializzati in questa disciplina sono circa 285, mentre i laureati in odontoiatria sono dell’ordine dei 6-7000. Non abbiamo invece un programma PhD non avendo una scuola di medicina certificata. Per gli studenti stranieri ci sono due possibilità: accedere a un programma specifico per persone già in possesso di una laurea in odontoiatria, si tratta di un percorso abbreviato (2 anni) con 24 posti che permette di conseguire la laurea americana in odontoiatria; scegliere la laurea in endodonzia che è accessibile a tutti, in quanto siamo una scuola privata, previi esami di ammissione e TOEFL per l’inglese.

University of the Pacific Arthur A. Dugoni School of Dentis

Sino a oggi sono stati immessi sul mercato un numero considerevole di NiTi (strumenti rotanti, trapani e frese). Cosa ne pensa un docente di queste apparecchiature?

Non è facile rispondere a questa domanda. Nel mercato vengono proposti sempre nuovi strumenti rotanti sui quali non tutti i dentisti hanno avuto un adeguato training come quello su cui possono contare gli studenti di endodonzia o chi segue una formazione postlaurea. Come docente, la strategia che insegno è quella di evitare errori catastrofici che possano portare alla frattura del dente. Il mio consiglio è usare metodi semplici, concreti e storicamente affidabili. Non per niente, nel nostro laboratorio gli studenti universitari di endodonzia fanno pratica prima con i metodi manuali e solo successivamente con le macchine rotanti.

In ogni caso, sono convinto che non esista un sistema migliore in assoluto, ciascun professionista dopo aver conseguito la laurea deve sviluppare il proprio metodo. Certo, continui cambiamenti non sono opportuni e nel caso per esempio di un paziente che ritorni presso lo studio è necessario saper intervenire sulle vecchie cure. Comunque, anche dopo la laurea, così come facciamo quando cambiamo l’auto, consiglio sempre di informarsi sui nuovi strumenti, ma soprattutto di valutare i risultati attesi. In California vengono pubblicati periodicamente gli indici di successo dei vari trattamenti nella cosiddetta “peer review”.

Qual è il ruolo dell’endodonzista che pratica questa disciplina in modo esclusivo?

E qual è il suo rapporto con la chirurgia? Occorre premettere che negli USA un dentista generalista spesso si occupa anche di endodonzia. D’altro canto sono pochi gli specialistici di endodonzia che trattano solo casi complessi, i cosiddetti ritrattamenti. Nella mia esperienza clinica questi interventi rappresentano circa la metà di tutti i trattamenti, gli interventi chirurgici invece non sono molto frequenti, anche perché spesso sono possibili e preferibili cure alternative. Tuttavia un endodonzista oggi deve avere anche competenze chirurgiche.

E l’endodonzia e l’implantologia, invece, sono discipline antagoniste o in un certo senso complementari?

All’inizio ero del parere che l’endodonzia fosse una disciplina specialistica e che le competenze endodontiche dovessero essere delimitate. Ero contrario al fatto che un dentista si occupasse di troppe cose. Tuttavia guardando alla domanda del mercato, oggi per un endodonzista è un must avere nel curriculum conoscenze di implantologia, tanto che, nel mettere a punto il programma per il nostro corso di specializzazione post-laurea, di questo ne ho dovuto tenere conto. I nostri studenti di endodonzia devono avere competenze in implantologia, dalla messa a punto di un piano di trattamento odontoiatrico fino all’esperienza di chirurgia implantare. A tale riguardo segnalo che la Loma Linda University (California) è l’unica scuola di mia conoscenza che offra un corso di laurea in endo-implantologia.

Da un punto di vista pratico, invece, sono del parere che un endodonzista occasionalmente possa effettuare qualche impianto senza operare in modo routinario. Personalmente non vorrei mai che mia madre o mia moglie si facessero mettere impianti da un endodonzista che ne posizionasse solo due all’anno. Quello che posso affermare con riferimento agli USA è che l’endodonzista deve lavorare in stretta cooperazione con l’implantologo. In altre parole, ritengo che debba avere le competenze per proporre al paziente anche l’implantologia nel piano di trattamento, ma non debba entrare nella fase esecutiva. Dunque l’endodonzista deve avere le competenze per effettuare approfondite valutazioni sulle possibili opzioni: trattamenti conservativi endodontici o estrazione del dente e la sua sostituzione con un impianto.

La decisione verso l’uno o l’altro trattamento dovrebbe essere presa seguendo un approccio scientifico, per esempio attraverso la valutazione del cosiddetto Restorability Index, proposto dalla Harvard University, (valutazione delle fratture, resistenza residua, profondità delle tasche gengivali ecc.) e la previsione della longevità dell’impianto, tenendo conto tra l’altro anche dell’età del paziente e della quantità di osso disponibile.

Per concludere, che dire invece dell’endodonzia rigenerativa?

L’endodonzia rigenerativa, disciplina che si occupa dello sviluppo e del ripristino dei tessuti molli all’interno del dente, può offrire vantaggi rispetto alle tecniche tradizionali (es. MTA – Mineral Trioxide Aggregate) per esempio nell’Apexogenesi, ma va applicata solo in alcuni casi ben selezionati. Non è certo indicata a un paziente di 8 anni: io, ad esempio, a mio figlio non l’applicherei.

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