Tecniche microinvasive di carie interprossimali non cavitate

Carie interprossimali

Il razionale operativo “classico” nell’approcciare la malattia cariosa si può riassumere con l’espressione extension for prevention, ovvero sacrificare tessuto dentale sano al fine di garantire l’arresto della progressione del processo demineralizzante.

Negli ultimi anni, l’avvento di nuovi prodotti e protocolli ha favorito la transizione verso il razionale minimamente invasivo, emblematicamente rappresentato dall’espressione prevention of extension: assicurare un restauro solido e durevole, con risparmio biologico ed economico.

I trattamenti mini, o meglio, microinvasivi sono applicabili a lesioni demineralizzanti non cavitate confinate al terzo esterno del tessunto dentinale. La procedura dell’infiltrazione prevede l’impiego di resine a bassa viscosità e sigillanti vetroionomerici, in grado di penetrare le porosità del tessuto, formando una barriera alla diffusione degli acidi. Il risultato è un tessuto che, anche per quanto riguarda le capacità ottiche, risulta del tutto simile a quello sano.

Carie interprossimali: un approccio microinvasivo

Recentemente, Chen e Lin hanno condotto una revisione sistematica della letteratura, allo scopo di valutare l’efficacia della procedura a livello interprossimale. Questa rappresenta da sempre una sede critica: si pensi all’indaginosità del trattamento classico secondo la II classe di Black e a come questa sia stata già ridotta in senso anatomico dalla comparsa dai compositi.

Gli autori hanno sondato un totale di sei banche date elettroniche (Cochrane Library, PubMed, Embase, OpenGrey, ProQuest Dissertations & Theses Global, Web of Science), aggiornate ad aprile 2020. Partendo da una base di 718 lavori, al netto dei duplicati, sono stati selezionarti 34 full text da valutare. 22 di questi sono stati inclusi nella valutazione qualitativa – che ha evidenziato un dato moderato – e nella metanalisi. I risultati sono stati recentemente pubblicati su BMC Oral Health.

I risultati della metanalisi attestano come le procedure di infiltrazione abbiano portato a una riduzione della probabilità di progressione della lesione, indipendentemente dalla durata degli studi, che hanno riportato follow-up compresi tra 6 mesi e più di 7 anni. Esse sono risultate maggiormente efficaci degli approcci non invasivi, sia nella dentatura permanente che in quella decidua. Per quest’ultima, questo aspetto è assai interessante, dato che in odontoiatria pediatrica si cerca spesso di attuare delle terapie ponte che permettano, possibilmente con sedute brevi e confortevoli per il paziente, di controllare i processi cariosi, fino alla naturale esfoliazione del dente. Le tecniche considerate, garantiscono risultati duraturi per un periodo compreso tra 12 e 24 mesi, assolutamente utile a questo scopo.

Un aspetto importante evidenziato dalla revisione risulta, infine, il rischio individuale di carie, in grado di influire sull’efficacia della tecnica microinvasiva. Un bambino con rischio moderato, infatti, mostra una probabilità di progressione della carie 4 volte superiore a quella di uno a basso rischio. Questo aspetto, pertanto, deve essere attentamente considerato nella fase di definizione del piano di cure.

 

Riferimenti bibliografici

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/33413327/

 

Tecniche microinvasive di carie interprossimali non cavitate - Ultima modifica: 2021-02-16T06:31:23+00:00 da redazione

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