Il workflow digitale è una realtà clinica che ha ormai preso piede in protesi su impianti. Sfruttando al massimo le tecnologie disponibili, si può arrivare a finalizzare un caso direttamente e interamente con flusso digitale.

Non sempre, però, questo è possibile, per due ordini di ragioni, che si esprimono in due distinte fasi del procedimento. La prima è legata alla variabilità dell’accuratezza della scansione digitale dell'arcata, parzialmente o completamente edentula. L’altro aspetto è legato alla performance, sul lungo termine, dei materiali monolitici. In ambo i casi, il paradosso consiste nella difficoltà, da parte della ricerca scientifica, di “tenere il passo” delle innovazioni continuamente proposte dalle case produttrici.

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Al fine di rafforzare le evidenze disponibili sul tema, Michelinakis e colleghi hanno compiuto una revisione della letteratura, recentemente pubblicata in forma narrativa su BMC Oral Health.

La ricerca ha coinvolto la principale banca dati biomedica, PubMed/MEDLINE, e indagato il quinquennio 2015-2020. La data iniziale non è casuale: gli autori hanno ritenuto che, a partire dal 2015, appunto, si sia assistito a una decisa accelerazione, tanto nella tecnologia (hardware e software) dello scanning intraorale, quanto nella scienza dei materiali monolitici impiegati nelle lavorazioni CAD/CAM.

Il lavoro ha incluso, partendo da una base di 483 record, un totale di 72 fra trial clinici randomizzati, studi clinici prospettici e retrospettivi, case series e anche studi in vitro. Questi ultimi, in realtà, costituiscono la maggioranza.

Lo studio indaga diversi setting clinici. Si prenda come esempio il sito short-span, cioè quello riabilitato con 2-4 impianti situati nello stesso quadrante: gli studi che hanno indagato la scansione digitale, hanno rilevato un’accuratezza compresa fra 27 a 66 μm a seconda dello scanner. Per confronto, le impronte analogiche con elastomeri garantiscono maggiore accuratezza (26-49 μm): la letteratura, tuttavia, non chiarisce fino a che punto tale vantaggio teorico si ripercuota sulla pratica clinica.

Un altro elemento di indagine è rappresentato dai fattori in grado di influenzare la performance degli scanner intraorali, esclusa la generazione dello strumento stesso, dato che gli autori hanno valutato solo sistemi moderni, che assicurano valori di accuratezza, per arcata completa, inferiori ai 150 μm.

La dipendenza dall’operatore, per esempio, è un elemento che ancora non è stato pienamente definito. Quel che è certo è la necessità di conoscere a fondo le indicazioni del produttore: si pensi, ad esempio, che ciascuna sistematica tende a esprimersi in maniera maggiormente efficace in specifiche condizioni di luminosità.

Alcuni autori si sono posti il dubbio se gli scanner assicurino le stesse performance indipendentemente dal range di angolazione dell’impianto, o meglio, dello scanbody. La grande maggioranza degli studi ha escluso tale problematica, sollevando la possibile dipendenza dal materiale con cui lo scanbody è fabbricato, indicando specificamente il titanio.

L’ultimo quesito clinico è quello che considera successo e sopravvivenza dei restauri monolitici su impianti, eseguiti con workflow digitale diretto.

Per la zirconia, la letteratura indagata ha mostrato, a un follow-up compreso tra 1 e 3 anni, tassi di sopravvivenza tra il 97.5 e il 100% di successo tra il 92 e il 100%, con possibili complicanze tecniche, come mal adattamento ad abutment prefabbricato, fratture di cuspide, infraocclusione o estetica deficitaria, e complicanze biologiche minime. Il disilicato mostra sopravvivenza del 100%, forchetta più ampia per quanto riguarda il successo (89-100%), complicanze tecniche come piccole scheggiature e, ancora, complicanze biologiche minime.

 Riferimenti bibliografici a proposito di workflow digitale

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC7819204/

Stato dell’arte del workflow digitale in implantoprotesi - Ultima modifica: 2021-05-04T06:10:02+00:00 da redazione

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