Il rialzo del pavimento del seno mascellare nella forma con antrostomia (grande rialzo di seno), da procedura ultraspecialistica, è oggi diventata una delle più comuni e soprattutto sicure procedure nell’ambito della chirurgia preimplantare, peraltro in una delle regioni anatomiche potenzialmente più sfavorevoli a tale scopo. Questo tipo di intervento rappresenta inoltre una delle principali ragioni di consumo di biomateriali, in modo particolare di xenoinnesto osseo a origine animale (osso bovino deproteinizzato), miscelabile eventualmente con tessuto a prelievo autologo.

Recentemente, a partire dalle esperienze cliniche di autori come Lundgren e grazie a un’accresciuta consapevolezza della biologia della rigenerazione ossea e della meccanica dell’osteosintesi, è stata paventata la possibilità di portare a termine l’intervento secondo la normale procedura (a partire dalla finestra antrostomica) ma senza inserire alcun materiale. La tecnica graftless è oggi ben descritta in letteratura. Tuttavia, il gruppo di Parra, in un articolo apparso su Implant Dentistry, osserva la mancanza di analisi di tipo prognostico: gli stessi autori hanno pertanto condotto una revisione sistematica di questo specifico aspetto.

La selezione iniziale ha coinvolto un totale di 182 titoli estratti dalle banche dati MEDLINE, EMBASE e LILACS. Alle fine 11 sono stati i full text inclusi all’interno della valutazione finale (che non ha potuto comprendere una metanalisi): si tratta nella maggior parte dei casi di studi prospettici (9, a fronte di 2 soli studi retrospettivi), con campioni di numerosità variabile tra i 14 e i 239 impianti (58 di media), posizionati simultaneamente alla procedura e caricati con protocolli di attesa di 6 o 9 mesi (in 7 e 4 articoli rispettivamente).

In termini assoluti, i risultati parrebbero incoraggianti, dato che il tasso di sopravvivenza implantare si attesta mediamente al 97%, raggiungendo il 100% in quattro degli studi e con un guadagno di tessuto osseo mediamente di 6.2 mm. Questo dato conferma l’importanza del ruolo dei tessuti nativi nel processo rigenerativo. Tuttavia, le evidenze disponibili non permettono, al momento, di definire con precisione le indicazioni della tecnica. Similmente, non sono meglio chiarite le motivazioni alla base dei fallimenti.

Un ulteriore dato meritevole di approfondimento è la superficie implantare e in che modo questa possa influenzare il processo di osteointegrazione.

Complessivamente, la revisione ha fornito indicazioni interessanti sulla percorribilità operativa della metodica e soprattutto spunti per le future indagini cliniche. Al netto di alcune variabili meritevoli di indagine – presenza di elementi adiacenti, qualità ossea e di membrana – si può definire la graftless technique come un’alternativa clinicamente percorribile nella procedura di rialzo del seno mascellare. In assenza di indicazioni definite, la scelta risulta comunque subordinata in maniera particolare alla valutazione da parte del clinico.

Riferimenti bibliografici

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29210825

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