L’abc della ridge preservation

La comprensione dei fenomeni che coinvolgono il sito postestrattivo durante la fase di guarigione costituisce una delle basi teoriche di una qualsiasi riabilitazione implantoprotesica. Nel caso in cui si pianifichi l’inserimento di un impianto ancora prima dell’estrazione dell’elemento dentario giudicato non recuperabile, è possibile mettere in pratica delle precise strategie di gestione dei tessuti. Una di queste misure appartiene al più ampio insieme delle tecniche di chirurgia rigenerativa ossea guidata (GBR) e viene definita socket preservation, termine quest’ultimo frequentemente sovrapposto a ridge preservation, che implica però una sfumatura più ampia. Questa, ragionando in termini molto semplificati, consiste nel posizionamento di uno scaffold all’interno del difetto e, se necessario, di una membrana, al fine di favorire in via preventiva il mantenimento della volumetria ossea utile a posizionare l’impianto. In caso di successo, quindi, si potranno evitare o quantomeno limitare gli interventi di bone augmentation durante le fasi chirurgiche successive.

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Regole di base per la ridge preservation

Può essere interessante elencare alcuni punti fondamentali da curare durante il trattamento, al fine di favorirne il successo. La prima valutazione riguarda l’aspetto del difetto postestrattivo. Una considerazione semplice è quella che si basa sul numero di pareti coinvolte dal difetto. Dalla forma e dall’estensione dipendono anche le capacità di mantenimento dello spazio, che possono condizionare la scelta dei materiali, i quali non sono tutti in grado di sopperire a tale proprietà. Non può essere poi sottovalutato un aspetto, pur ovvio, quale la detersione del sito stesso, che deve sempre essere favorita. Dall’altra parte, dunque, bisognerà conoscere al meglio le caratteristiche del materiale, per poter determinare quello più adatto al caso da trattare. Un segmento di osso autologo, ad esempio, conterrà ancora una formazione vascolare e, microscopicamente, tutti i fattori di rimodellamento osseo. In altre situazioni (comunemente parlando di socket preservation), il clinico potrà risparmiare al paziente la morbilità dovuta all’allestimento del sito donatore e impiegare un materiale che faccia da sostituto, ad esempio dell’osso bovino deproteinizzato. La conoscenza dei biomateriali è fondamentale anche alla gestione delle più comuni complicanze: è risaputo, parlando ad esempio delle membrane, che alcune di esse “perdonano” maggiormente in caso di esposizione. Una delle principali misure preventive delle complicanze di questo genere è senza dubbio l’immobilizzazione dell’innesto, la quale passa necessariamente per il rispetto dei protocolli chirurgici, che variano da un materiale all’altro. Anche in questo caso si distingueranno dei materiali più permissivi ai micromovimenti che, al contrario, nei casi più gravi non indurranno osteogenesi ma favoriranno l’incapsulamento fibroso.

L’abc della ridge preservation - Ultima modifica: 2016-11-02T07:03:29+00:00 da redazione

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