La rigenerazione ossea guidata (guided bone regeneration, GBR) rappresenta ormai una indispensabile metodica adiuvante all’implantologia. Del resto, il razionale più largamente accettato, al momento, è quello dell’implantologia protesicamente guidata, per cui è la conformazione protesica finale a dettare le posizioni finali degli impianti. Non tenendo conto questa della disponibilità di osso in quella zona, è normale che l’implantologo si trovi a dover sistematicamente ricorrere a procedure di bone augmentation. Tra queste, sono incluse le tecniche di innesto osseo e la stessa GBR.

Da sempre, l’innesto osseo autologo viene considerato il gold standard nella bone augmentation, perché assicura, per definizione, assoluta biocompatibilità e tutte le caratteristiche che favoriscono la rigenerazione ossea: osteoinduzione, osteoconduzione e osteogenesi.

La GBR, interpretata in senso lato, comprende tecniche con o senza innesto (a diversa origine) o membrane (riassorbibili e non, griglie). Queste richiedono, al pari delle tecniche a innesto autologo, una curva di apprendimento per essere padroneggiate, oltre che l’utilizzo di biomateriali costosi. D’altra parte, prevedono il vantaggio del risparmio biologico del prelievo osseo.

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Recentemente, un gruppo di lavoro francese si è proposto di confrontare le due procedure da un punto di vista dell’interesse clinico, in altre parole dell’outcome implantare.

La revisione ha incluso una novantina fra trial clinici randomizzati e studi controllati, selezionati dalla sola banca dati PubMed. Di questi, alla fine, ne sono stati presi in considerazione 16, pubblicati tra 2003 e 2019, per un campione di 1158 impianti in 557 pazienti, seguiti fino a 60 mesi (follow-up minimo 7 mesi, medio 33).

Sono stati considerati siti di prelievo di innesto osseo intraorali (sinfisi mentoniera e ramo mandibolare) e la calvaria come sito extraorale. Tutti gli studi sulla GBR hanno considerato tecniche che prevedevano l’apposizione di sostituto osseo; una potenziale criticità è forse l’inclusione di protocolli che prevedessero, sempre in combinazione con materiale allogenico o xenogenico, di osso autologo.

In ogni caso, i survival rate sono risultati molto positivi, compresi fra 95.6% e 100% (media 97.9%) per gli impianti inseriti in combinazione con innesto autologo e fra 94.4% e 100% (media 98.5%) per quelli inseriti previa rigenerazione ossea guidata.

Questi risultati vanno letti con attenzione, proprio perché l’obiettivo dello studio non era di rivalutare lo status di gold standard dell’autotrapianto osseo. Del resto, non sono state evidenziate differenze significative nemmeno confrontando i diversi sostituti ossei. La scelta stessa di arricchire il particolato con materiale autogeno è orientata al potenziamento delle caratteristiche biologiche.

Gli autori hanno concluso che, allo stato attuale delle conoscenze, la scelta di una procedura di bone augmentation debba basarsi principalmente sulle caratteristiche del paziente, in generale, e del sito da riabilitare, in particolare.

Riferimenti bibliografici: osso autologo e GBR

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/33930599/

Innesto autologo e GBR: outcome implantare e criteri di scelta - Ultima modifica: 2021-05-11T06:54:08+00:00 da redazione

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