Se condotta secondo criteri corretti e, forse ancora di più, se mantenuta secondo protocolli clinici e domiciliari adeguati, l’implantologia può rappresentare la soluzione definitiva all’edentulia. Alcuni autori hanno coniato l’efficace definizione di “terza dentizione”. A fronte di tassi di sopravvivenza compresi tra il 93 e il 98%, a seconda delle fonti, tale definizione non pare eccessiva.

D’altro canto, è necessario guardare a quella pur ridotta percentuale di fallimenti: questi vengono classicamente distinti, su base temporale, in precoci e tardivi. I primi si concentrano nel primo anno o, al massimo, entro il secondo. Il riferimento, più che prettamente cronologico, è legato alla fase del carico.

Uno gruppo di lavoro cinese, in uno studio da poco pubblicato su BMC Oral Health, si è proposto di indagare retrospettivamente i possibili fattori causali del fallimento precoce.

Pubblicità

Gli autori hanno valutato tutti i propri pazienti implantari del periodo 2006-2017, escludendo poi quelli soggetti a parodontopatia grave e infiammazione locale, patologie sistemiche non controllate, addiction, oltre a tutti i non collaboranti. Il campione è da giudicare uniforme anche per sistematica implantare: sono stati utilizzati esclusivamente impianti dotati di superfici sabbiate ruvide, non attive e sottoposte a mordenzatura con acidi.

Lo studio ha incluso un campione di 1078 pazienti, di cui 601 maschi e 477 femmine, con un'età media pari a 48.2 ± 0.6 anni, e un totale di 2053 impianti inseriti. Nel periodo indagato, sono stati mantenuti 1974 impianti, per un tasso di sopravvivenza del 96.15%. Sono stati registrati 37 fallimenti nel corso del primo mese, altri 32 tra secondo e quarto mese, infine 10 oltre il quinto mese. La causa di fallimento precoce è risultata essere quella infettiva (26 casi), seguita da un torque di inserimento eccessivo.

L’aspetto più importante dello studio, come anticipato, è consistito nella possibilità di valutare a posteriori, tramite regressione logistica multivariabile, alcuni potenziali fattori di rischio, legati alla procedura o intrinseci al paziente. Tra questi, sono stati considerati sesso, età, arcata (superiore o inferire), sito edentulo, eventuali procedure di bone augmentation o inserimento postestrattivo, diametro e lunghezza dell'impianto, livello rispetto all’osso e torque di inserimento.

Dall’elenco precedente, sono emerse differenze statisticamente significative solo in alcuni casi, taluni sorprendenti perché contrastanti con altre evidenze disponibili. Innanzitutto, le fasce più giovani quella sotto i 30 e quella tra i 30 e i 60 anni, soggette a rischi maggiori (odds ratio pari rispettivamente a 1.248 e addirittura 2.392) rispetto a quella over-60. Le altre risultano essere la posizione dell’edentulia, la messa in atto di tecniche di bone augmentation, l’inserimento immediato e infine la lunghezza implantare, che vede svantaggiati gli impianti corti, ovvero quelli inferiori ai 10 mm.

Riferimenti bibliografici sul fallimento implantare

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/34107931/

 

Fattori di rischio per il fallimento implantare precoce: le indicazioni da uno studio retrospettivo - Ultima modifica: 2021-07-30T06:46:30+00:00 da redazione

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome