Fattori che influenzano il fallimento dei restauri di II classe

DM_il dentista moderno_II classe riabilitazione

L'esecuzione di un restauro coronale diretto in composito segue dei criteri ben precisi, che il clinico segue, preoccupandosi anche di ottenere un risultato valido in termini di verosimiglianza anatomica e resa estetica. Parlando di predicibilità del restauro e, quindi, del materiale impiegato, il risultato finale del trattamento rappresenta il riscontro più immediato dal punto di vista del clinico. Esistono, tuttavia, ulteriori variabili da garantire, alcune delle quali potrebbero suscitare un interesse anche maggiore per il paziente: si pensi, in tal senso, alla durata del restauro.

Lo studio dei tassi di sopravvivenza e dei fattori a essi correlati, pertanto, risulta di particolare interesse pratico.

I restauri cavitari di II classe o, per usare un termine più allineato all'era dei compositi, interprossimali, costituiscono tuttora un capitolo complesso dell'odontoiatria conservativa, in quanto soggetti a numerose variabili operative.

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Peraltro le ultime ricerche hanno evidenziato come le caratteristiche del materiale, in questo tipo di restauri, non costituiscano le determinanti principali della sopravvivenza, se confrontate, ad esempio con fattori patient-related.

È quanto osservato da Laske nell'incipit del suo recente articolo, pubblicato su Journal of Dental Research.

II classe: uno studio “practice-based”

Lo studio, definito “practice-based”, si è posto l'obiettivo di valutare, appunto, l'impatto nella sopravvivenza di otturazioni di II classe di una serie di possibili fattori legati a dente, paziente ed expertise dell'operatore, oltre che al restauro stesso. I dati, relativi al biennio 2015-2017, sono stati ottenuti da 22 odontoiatri generalisti e sono relativi a quasi 15mila casi in più di 30mila pazienti, seguiti mediamente per 9 mesi.

A 2 anni di follow-up, il tasso di fallimento stimato era del 7.8% (variabilità tra il 3,6% e l'11,7%) annuo. L'età risulta essere un fattore di rischio, così come il rischio di carie in senso assoluto. Molari ed elementi trattati endodonticamente risultano a maggiore rischio. In generale, lo studio ritrova legami con diversi fattori sui diversi livelli considerati.

Romina Brignardello-Petersen, commentando lo studio per il Journal of the American Dental Association, sottolinea come l'origine dei dati ne rappresenti il punto di forza principale. D'altra parte, la criticità più evidente viene identificata nella limitatezza del follow-up: ai clinici è ben nota la differenza tra i fallimenti registrati nel breve termine – identificabile con i 12 mesi – rispetto a quelli che tendono a presentarsi dopo un periodo più lungo. Per questo, anche il tasso di fallimento registrato non può essere considerato applicabile sul lungo termine. Sul piano clinico, comunque, l'utilità dei risultati consiste nel definire la possibilità di targettare maggiormente il follow-up sui pazienti a maggiore rischio di fallimento.

Riferimenti bibliogafici

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/30786222

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/31277788

Fattori che influenzano il fallimento dei restauri di II classe - Ultima modifica: 2019-09-17T06:31:35+00:00 da redazione

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