Raffaele Iandolo è presidente della Commissione nazionale Albo Odontoiatri dal gennaio 2018. Eletto presidente dell’Albo degli odontoiatri della provincia di Avellino per la prima volta nel 1990 e successivamente per altre otto volte, l’ultima nel dicembre 2017, dal 2003 entra a far parte della Commissione nazionale Albo Odontoiatri, incarico confermato nel 2006, nel 2009, nel 2012 e nel 2015. Componente del Comitato centrale della Fnomceo dal 2006 e tesoriere dal 2009, Iandolo è stato anche consulente del ministro per l’Attuazione del programma di Governo per le Politiche sanitarie e la riforma delle professioni dal 2008 al 2011.

Sta lavorando per realizzare questo ambizioso obiettivo Raffaele Iandolo, presidente nazionale della Commissione Albo Odontoiatri, l’organismo della Fnomceo che rappresenta 62mila dentisti iscritti all’Ordine, che dalla Cao si aspettano molto.
La sua elezione a presidente della Commissione nazionale Albo Odontoiatri, avvenuta un anno fa, giunge in un periodo storico particolare, proprio quando le questioni più urgenti, come il problema della pubblicità sanitaria o quello dell’esercizio dell’odontoiatria attuata da parte delle società di capitale, sembrano avere raggiunto la giusta maturazione per poter essere affrontate e risolte definitivamente. Come? Facendo sedere i protagonisti dell’odontoiatria tutti insieme allo stesso tavolo per riscrivere le regole del gioco, dice Iandolo, alla luce di un mondo che sì in pochi decenni è cambiato radicalmente, ma che deve mettere ancora una volta al centro di tutto il paziente e niente altro.

Dottor Iandolo, cosa ricorda della seconda metà degli anni ‘80, di quando i primi odontoiatri fecero il loro ingresso nel mondo dell’odontoiatria?
Ricordo che tra quei primi odontoiatri c’ero anch’io e che seguivamo tutti con apprensione la trasmissione televisiva “Oggi al Parlamento”, perché aspettavamo con trepidazione che il Parlamento appunto approvasse una legge, che giunse poi nel luglio del 1985: la legge 409 con la quale si istituì la professione odontoiatrica. Restammo per diversi mesi con un pezzo di carta in mano, privo di valore legale….

D’altronde eravate dei pionieri….
Sì, dei pionieri considerati però dal mondo medico, almeno inizialmente, medici di “serie B”, persone che avevano scelto l’odontoiatria come ripiego. Non dimentichiamo che allora, infatti, il laureato in medicina, talvolta anche privo di specializzazione in odontostomatologia e poco pratico dell’odontoiatria, esercitava questa professione perché cercava uno sbocco lavorativo redditizio. In realtà, invece, il corso di laurea in Odontoiatria e protesi dentaria, nato con l’obiettivo di fornire ai giovani delle competenze più evolute e specifiche di questa branca della medicina, è riuscito nel proprio intento, facendo crescere questa disciplina da ogni punto di vista. 

A distanza di 30 anni e più, quali sono oggi i problemi che più preoccupano gli odontoiatri?
Innanzitutto il fatto di esercitare una professione che, essendo perlopiù svincolata dal settore pubblico, perché l’odontoiatria in Italia è praticata prevalentemente in forma privata, risente dell’andamento economico, della crisi di quest’ultimo decennio.

Non per niente, tra le esigenze familiari, la visita odontoiatrica, al di là di qualche particolare urgenza, è vista come una spesa accessoria che può anche essere rimandata o a cui addirittura si può rinunciare. Noi invece dobbiamo favorire l’accesso negli studi dei dentisti, ma per fare questo dobbiamo prima di tutto cercare di far giocare tutti con le stesse regole. Per questo ci stiamo adoperando per riformare l’esercizio dell’odontoiatria in forma societaria, che deve essere sottoposta allo stesso controllo e verifica dei liberi professionisti singoli o associati. Inoltre, in questi luoghi, l’operato di chi esercita la professione non dovrebbe essere assoggettato esclusivamente alle esigenze del capitale che prevalgono fortemente nelle società di capitale che gestiscono attività odontoiatriche, ma secondo noi sottomesso ad aspetti clinici ed etico-deontologici, gli unici in grado di offrire una garanzia nei confronti del paziente che deve essere messo al centro dei nostri interessi.

Rientra in questo discorso anche la pubblicità sanitaria, sempre più selvaggia e poco veritiera, che spesso porta fuori strada il paziente e lo costringe talvolta a ridurre ancora di più la propria considerazione nei confronti della professione odontoiatrica, in quanto vittima di esperienze negative.

Problemi che hanno spinto la Cao a dar vita a una cabina di regia…
Il termine “cabina di regia” è sotto certi aspetti emblematico, ma non esaustivo del progetto che complessivamente vogliamo costruire. Abbiamo cominciato da alcuni dei soggetti che oggi governano il settore odontoiatrico, cercando di unire la libera professione sia a livello ordinistico che sindacale, ma il nostro obiettivo ora è quello di creare un organismo anche più esteso. Per risolvere i problemi dell’odontoiatria italiana, infatti, è necessario coinvolgere anche altri soggetti importanti, come l’Università, il mondo delle società scientifiche, le nuove professioni sanitarie e le attività ausiliarie; vogliamo coinvolgere anche l’industria e gli altri sindacati odontoiatrici, anche quelli medici che hanno attinenza con l’attività odontoiatrica, come ad esempio il Sumai. Il nostro obiettivo è realizzare una consulta nazionale dell’odontoiatria che comprenda tutte le istanze che hanno a che fare con l’odontoiatria, perché il mondo che sta attorno a questa professione è composto da diverse centinaia di migliaia di persone, partendo dai 62 mila iscritti all’Albo degli odontoiatri, che hanno in questo momento la possibilità di riunirsi attorno a idee, proposte e aspettative comuni. Abbiamo la possibilità di dettare anche i tempi dell’impostazione politica e sociale dell’odontoiatria di oggi in Italia, senza per questo avere nostalgia del passato, ma valutando con obiettività i cambiamenti degli ultimi anni che costringono anche noi professionisti ad adeguarci.

Tra le altre novità proposte dalla Cao, sotto la sua presidenza, c’è anche l’idea, il desiderio di prender parte agli incontri del Ced, il Consiglio europeo dei dentisti…
Sì, ed è singolare che nessuno prima d’ora abbia pensato a questo, ma è un’esigenza che io invece ho sentito immediatamente dopo la mia elezione, perché, aldilà delle discussioni politiche che ancora interessano l’UE, credo che anche noi odontoiatri dobbiamo far parte di questo processo di integrazione e avere rapporti con gli organi istituzionali europei.

L’Europa, per l’odontoiatria, è un’opportunità o un pericolo?
È un’occasione di confronto e di scambio, perché se da una parte abbiamo da imparare dai Paesi più capaci, per esempio su come organizzare meglio l’accesso alla formazione universitaria e post universitaria, dall’altra possiamo insegnare qualcosa: la nostra produzione scientifica è ai massimi livelli, così come il modello libero professionale italiano che in questi anni ha fatto scuola in tutto il mondo, dimostrando di poter offrire un’odontoiatria di alto livello.

Tutto italiano purtroppo è anche il fenomeno dell’abusivismo: la nuova norma sull’esercizio abusivo della professione sanitaria, recentemente varata, sarà di aiuto per debellare questa piaga, ma di cos’altro ci sarebbe bisogno?
Di un salto culturale, perché l’abusivismo nel nostro settore è attualmente innanzitutto figlio di una mentalità sbagliata, quella di molti dentisti che hanno ritenuto, illegalmente, di poter far fare il proprio lavoro a terze persone, magari nel periodo in cui si lavorava tanto, per esercitare un po’ di meno e guadagnare un po’ di più. Noi contiamo molto sul fatto che le Forze dell’ordine facciano fronte comune con noi, così come il Ministero della Salute, per applicare immediatamente le nuove sanzioni sull’esercizio abusivo della professione odontoiatrica, proprio per sradicare questo fenomeno che oggi però ha trovato forme più nascoste e quindi anche spesso più difficili da individuare. Per questo diciamo forte e chiaro che siamo contro gli abusivi, ma anche contro i prestanome, soprattutto oggi che l’odontoiatria è diventata una professione di estrema qualità da tutti i punti di vista, tecnologico, imprenditoriale e di assistenza al paziente, e come tale non può lasciare spazio ad alcuna forma di abusivismo.

Pierluigi Altea

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