La riabilitazione implantare offre oggi risultati prevedibili e stabili nel tempo. Tuttavia, alcune complicanze biologiche restano poco considerate nella pratica clinica quotidiana. Tra queste, la carie interprossimale nei denti adiacenti alle protesi implantari rappresenta un problema emergente. Un recente studio retrospettivo condotto presso la University Clinic della King Juan Carlos University (URJC) di Madrid ha analizzato la prevalenza di questa condizione e i principali fattori di rischio associati.
Lo studio spiegato in sintesi
Gli autori hanno esaminato 359 pazienti trattati tra il 2018 e il 2023. Il campione comprendeva 445 protesi su impianti, tra corone singole e ponti. Il follow-up medio è stato di 3,5 anni. I ricercatori hanno valutato radiograficamente la presenza di carie nei denti adiacenti utilizzando i criteri ICDAS/ICCMS™. Hanno inoltre analizzato la relazione tra carie, posizione implantare e modalità di connessione protesica.
I dati emersi
La prevalenza complessiva di carie interprossimale è risultata pari all’8,9% a livello di paziente e all’8,1% a livello di protesi. Le lesioni hanno interessato soprattutto il lato mesiale dei denti adiacenti. Questo dato indica un ruolo centrale della perdita di contatto interprossimale e dell’accumulo di placca.
La posizione implantare ha influenzato la distribuzione delle carie. I settori posteriori hanno mostrato valori più elevati rispetto a quelli anteriori. I molari hanno registrato una prevalenza del 9,6%, mentre i premolari dell’8,6%. Nei settori anteriori non sono state osservate lesioni. Questa differenza non è risultata statisticamente significativa, ma appare clinicamente rilevante per le difficoltà di igiene nelle aree posteriori.
La modalità di connessione protesica ha invece mostrato un impatto significativo. I restauri diretti all’impianto hanno presentato una prevalenza di carie dell’11,4%. I restauri con Ti-Base hanno mostrato valori simili, pari al 10,5%. Gli abutment intermedi hanno registrato la prevalenza più bassa, pari al 3,7%. I dati mostrano una differenza statisticamente significativa. Il rischio di carie risulta oltre tre volte maggiore nei restauri diretti rispetto agli abutment intermedi.
Come contenere i rischi
Gli abutment intermedi sembrano dunque offrire un vantaggio biologico. Essi migliorano il profilo di emergenza e favoriscono la stabilità dei contatti interprossimali. Questi fattori riducono l’impatto alimentare e l’accumulo di biofilm. Inoltre, gli abutment intermedi migliorano la distribuzione dei carichi e limitano il microgap implantare. Il tempo medio di insorgenza della carie è stato di circa quattro anni. Questo dato conferma la necessità di controlli clinici regolari nel lungo periodo. Come peraltro suggeriscono gli autori dello studio, pubblicato sulla rivista Clinical Oral Investigations.



