La malattia parodontale è una problematica subdola e complessa, che spesso rischia di essere sottovalutata, soprattutto in assenza di sintomi evidenti. Richiede diagnosi accurate e precoci, strategie a lungo termine e percorsi terapeutici personalizzati. Saperla riconoscere già nelle primissime fasi e impostare il percorso corretto per evitarne la progressione non è solo una questione tecnica, ma una vera sfida clinica: identificare i segnali precoci, motivare i pazienti e scegliere gli interventi più efficaci richiede competenza, esperienza e aggiornamento continuo.
In questa intervista, la dottoressa Isabella Rocchietta, Odontoiatra specialista in Parodontologia, che svolge la sua attività clinica a Milano e a Londra, fa il punto sulle nuove prospettive della parodontologia, raccontando approcci, strumenti e strategie per affrontare la malattia con metodo e precisione.
Dottoressa Rocchietta, come sta cambiando la parodontologia?

Oggi abbiamo compreso l’importanza di un approccio a 360 gradi e sempre meno invasivo.
La diagnosi è diventata più mirata, precoce e specifica, ed è accompagnata da una grande attenzione alla comprensione e alla modifica degli stili di vita del paziente.
Non ci si limita più a trattare la malattia parodontale, ma si cerca soprattutto di individuare e rimuovere i fattori che la causano e che ne favoriscono la progressione.
L’approccio si concentra sempre più sugli aspetti medici che su quelli puramente tecnici, consentendo una gestione più precisa e attenta delle terapie parodontali non chirurgiche.
Come si stila l’identikit del paziente parodontale?
Per individuare un paziente parodontale ci si basa sulla classificazione della parodontite pubblicata nel 2017, che distingue gli stadi della malattia in base alla gravità e alla complessità: dal primo stadio, iniziale, fino al quarto, il più grave. A questo si aggiunge il grado della malattia – A, B o C – che indica il rischio di progressione, la risposta al trattamento oltre a un potenziale impatto sulla salute sistemica Questa valutazione è spesso la parte più complessa del primo incontro con il paziente, perché non sappiamo da quanto tempo la malattia sia presente. Nella diagnosi si considerano diversi fattori: perdita di attacco clinico, perdita ossea, denti persi e fattori di rischio individuali. È inoltre fondamentale analizzare le abitudini del paziente e individuare gli errori principali nella sua routine quotidiana, per costruire un piano di prevenzione e trattamento mirato.
Quali sono i principali fattori di rischio?
Il più conclamato è il fumo, ma anche il diabete gioca un ruolo importante. Ciò che è cambiato molto negli ultimi anni è l’attenzione più meticolosa alla valutazione clinica e alla compilazione della cartella parodontale, che oggi viene effettuata su tutti i pazienti, compresi i più giovani. I primissimi segni di malattia parodontale possono manifestarsi già intorno ai 30 anni: sono così impercettibili che spesso passano inosservati, e sovente il paziente continua la propria vita fino a rivolgersi a uno specialista solo quando oramai la malattia è in uno stadio più avanzato. Il vero cambio di passo nella parodontologia consiste proprio nel riconoscere la malattia agli stadi iniziali e nel “targhettizzare” anche i pazienti più giovani.
Quanto incide la diagnosi precoce sulla prognosi?
Appena individuiamo un paziente a rischio o con i primissimi segni di malattia parodontale, programmiamo subito un percorso che parte da una stretta collaborazione con l’igienista dentale. Questa sinergia è fondamentale, perché parodontologo e igienista lavorano insieme per modificare lo stile di vita del paziente. Spesso il primo passo è semplice, ma efficace: introdurre lo spazzolino elettrico spiegandone l’uso corretto o mostrare come eseguire una pulizia interdentale adeguata. Sappiamo bene che la malattia parodontale non si “cura” nel senso tradizionale, ma correggendo le abitudini scorrette e i piccoli vizi quotidiani del paziente si può arrestarne la progressione e salvaguardare la salute parodontale a lungo termine.
Resta però un problema: la compliance. Quali strategie ritiene più efficaci per motivare i pazienti?
Migliorare la compliance del paziente è una sfida estremamente gratificante sia per il parodontologo sia per l’igienista. Nel nostro studio ci sono quattro igieniste, con cui abbiamo creato un proficuo team di lavoro. Ci aggiorniamo, organizziamo riunioni mensili ad hoc oltre a quelle settimanali in cui discutiamo dei nostri pazienti, cercando di escogitare le strategie più efficaci per ottenere il risultato. Il successo terapeutico nasce dalla relazione che si crea con il paziente, che viene motivato a intraprendere un percorso creato su misura. Se ci limitiamo a dire che ha un’igiene orale insufficiente e deve usare un certo tipo di spazzolino due o tre volte al giorno e passare il filo interdentale e lo scovolino, ma poi lo rivediamo dopo sei mesi, le sue abitudini non cambieranno. La chiave è coinvolgere il paziente, studiando anche la psicologia individuale. Per questo ci ispiriamo ad approcci utilizzati anche in altre discipline, come nei centri antifumo, che mirano a far rispondere in prima persona il paziente a domande significative: ad esempio, “Se utilizza questo strumento in questo modo, può fermare la progressione della malattia. Come si sentirebbe dopo averci provato?” Parlare di sé aiuta a immedesimarsi, a comprendere l’importanza del percorso e ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte. È questa la grande svolta rispetto al passato. Oggi il trattamento non è più una semplice serie di sedute predefinite, magari in attesa della chirurgia. Costruiamo un percorso personalizzato che può durare da uno a due anni, a seconda della gravità della malattia.
Non sappiamo quanto tempo impiegherà ogni paziente per imparare a usare correttamente spazzolino, filo o scovolini, o per modificare abitudini come il fumo: per questo lo staff valuta il numero di sedute necessarie per portare ciascun paziente al suo obiettivo. In fondo è un approccio simile a quello dell’ortodontista, che dice: ti porto ad avere i denti dritti, dammi il tempo che mi serve e vedrai che alla fine ci arriviamo.
È vero che il numero di trattamenti chirurgici parodontali si è ridotto drasticamente?
Sì, nel nostro studio questi interventi si sono ridotti di oltre il 50%. Oggi non operiamo più tanto spesso perché riusciamo a intervenire in modo efficace alla radice del problema, modificando gli stili di vita dei pazienti. Nove volte su dieci, le persone non hanno idea di cosa sia la parodontite e non comprendono nemmeno il significato del termine, per questo è fondamentale informarle con estrema chiarezza.
Del vecchio strumentario del parodontologo, cosa abbiamo buttato giù dalla torre?
Sicuramente il curettage gengivale routinario, così come l’uso estensivo e traumatico delle curette tradizionali di grandi dimensioni. Dal punto di vista tecnico, le terapie parodontali non chirurgiche si sono evolute al punto da permetterci risultati davvero straordinari. L’utilizzo di polveri di eritritolo e, soprattutto, di punte ultrasoniche che raggiungono anche forcazioni e radici più complesse ha rivoluzionato il lavoro: dalla nostra esperienza clinica oggi circa il 75% della terapia parodontale non chirurgica viene eseguito con strumenti ultrasonici, mentre il restante 25% con microcurette, piccolissime e affilatissime. Per il paziente questo si traduce in un enorme vantaggio anche in termini di comfort, considerando che la chirurgia, spesso, non è più necessaria.
Allo studio, seppur ancora agli inizi, ci sono molecole come acido ialuronico e peptidi che possono essere applicate a livello della tasca parodontale nella terapia non chirurgica, con l’obiettivo di migliorare il guadagno di attacco clinico. Le aziende hanno finalmente compreso l’importanza di investire nella prevenzione, sviluppando prodotti in grado di favorire la guarigione gengivale e parodontale e di prevenire la ricolonizzazione batterica.
Per quanto riguarda, invece, le terapie rigenerative?
Anche se oggi la chirurgia è stata ridotta in modo significativo, i difetti parodontali e ossei, che rappresentano la conseguenza della malattia, richiedono ancora un approccio chirurgico per ricostruire i tessuti che sono andati persi. La chirurgia rigenerativa, però, ha subito cambiamenti importanti negli ultimi anni: si privilegiano tecniche minimamente invasive, cercando di preservare l’integrità del tessuto sovrastante. Spesso si utilizzano innesti di connettivo per mantenere i volumi dei tessuti molli, fondamentali non solo per la funzionalità ma anche per l’estetica, aspetto di grande rilevanza per il paziente.
Quali sono, a suo avviso, i biomateriali più interessanti e cosa possiamo aspettarci di nuovo?
Dal punto di vista del mantenimento dei volumi, l’osso bovino deproteinizzato in granuli, utilizzato da circa quarant’anni, rappresenta ancora oggi il gold standard. Viene spesso associato alle amelogenine, con risultati clinici consolidati. Di grande interesse sono anche i gel viscoelastici a base di polinucleotidi abbinati all’acido ialuronico, in grado di svolgere un’azione antibatterica e di supportare in modo significativo i processi rigenerativi.
L’intelligenza artificiale potrà essere un utile supporto per la diagnosi, la stadiazione e altri ambiti della parodontologia?
Dal punto di vista diagnostico, l’intelligenza artificiale potrà rappresentare uno strumento estremamente utile. Oggi la diagnosi parodontale si basa sull’osservazione e sulle misurazioni effettuate dal clinico. L’idea che, grazie all’IA, una quantità enorme di dati possa essere integrata in un processo capace di condurre a diagnosi sempre più accurate è uno scenario che, verosimilmente, vedremo realizzarsi in un futuro molto prossimo. Esistono già dei centri di ricerca di grande rilievo, come quello del professor Maurizio Tonetti in Cina, in cui si lavora in modo esemplare proprio su questi aspetti. Per quanto riguarda, invece, la terapia e la gestione clinica, ritengo sia ancora presto per parlare di un supporto realmente efficace da parte dell’intelligenza artificiale. È però plausibile che la condivisione e l’elaborazione su larga scala dei dati raccolti possano contribuire, nel tempo, a migliorare i piani di trattamento e ad aggiornare le linee guida.
Stiamo migliorando la prevenzione della peri-implantite?
Questo è un capitolo estremamente ampio, su cui si potrebbe discutere a lungo. Oggi sappiamo che, in una percentuale molto elevata di casi, la peri-implantite può essere favorita da un posizionamento implantare non del tutto corretto. I numeri della patologia spesso sorprendono, ma sarebbe interessante scoprire quanti impianti inseriti in modo realmente ottimale sviluppano comunque una peri-implantite. Per la gestione clinica disponiamo attualmente di diversi approcci terapeutici; tuttavia, ad oggi non è stato ancora individuato un vero gold standard in grado di prevalere in modo netto su tutte le altre tecnologie o metodiche disponibili.
Quali errori le capita di riscontrare da parte dei colleghi più giovani?
Credo che l’errore più frequente sia la fretta di apprendere attraverso canali non sempre validati, in particolare dal web. Molti si limitano a guardare qualche video, considerando così concluso il proprio percorso formativo. Ritengo invece che una scuola di specializzazione in parodontologia sia doverosa anche in Italia. Al momento, però, da noi non esiste un percorso universitario strutturato in tal senso, e chi desidera una formazione completa è spesso costretto a cercarla all’estero. Esistono comunque master e corsi di alto livello, che rappresentano un’alternativa valida. È indispensabile una solida formazione accademica, accompagnata da tanta esperienza clinica, mantenendo sempre l'umiltà e il confronto con grandi professionisti. Una cosa, però, è certa: non si arriva mai a un punto in cui ci si possa dire completamente “arrivati”. L’apprendimento è un processo continuo, anche perché tutto evolve costantemente, a partire dai materiali e dalle tecniche a disposizione del clinico. La parodontologia che ho studiato all’inizio della mia carriera ha le stesse basi di quella attuale, eppure oggi sarebbe obsoleta e non più praticabile. Se non mi fossi aggiornata, continuerei a proporre ciò che facevo vent’anni fa.
C’è un caso clinico che l’ha colpita o un’esperienza che le ha fatto cambiare prospettiva e influenzato le sue scelte?
Non parlerei di un singolo caso, perché in realtà ne ricordo davvero moltissimi. Mi colpiscono in particolare le parodontiti giovanili, quelle che un tempo venivano definite “aggressive”. Seguo numerosi pazienti molto giovani, spesso sotto i 30-35 anni, che rischiano di perdere tutti i denti posteriori e talvolta anche alcuni anteriori. Sono situazioni che ci stanno particolarmente a cuore e che affrontiamo con enorme energia e dedizione. È la stessa attenzione che riserviamo a tutti i pazienti, ma diventa ancora più imprescindibile quando si tratta di un giovane che rischia di perdere i denti a causa di una malattia parodontale non diagnosticata, diagnosticata in modo errato o non adeguatamente trattata.


