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Gianfranco Prada

È con questo spirito che Gianfranco Prada, 49 anni, comasco, dallo scorso maggio alla guida dell’Associazione Nazionale Dentisti Italiani dopo anni di militanza attiva, gli ultimi come segretario nazionale accanto al presidente uscente Roberto Callioni, intende affrontare i problemi che investono i liberi professionisti e l’intera filiera

Se non fosse per la sua lunga e appassionata militanza nell’Associazione Nazionale Dentisti Italiani, di cui ha ricoperto tutti i ruoli dirigenziali, ma ancora prima nell’Associazione Italiana Odontoiatri (AIO) nella sua città natale, Como, Gianfranco Prada, dallo scorso maggio presidente di ANDI, sarebbe un odontoiatra come molti in Italia e per fortuna. Un libero professionista che vive del proprio lavoro, in uno studio monoprofessionale nel centro di una città di provincia, con molta passione per l’odontoiatria e, questa sì vocazione piuttosto rara, per le problematiche che sin dalla nascita del corso di laurea in Odontoiatria hanno coinvolto i giovani che a partire dagli anni ‘80 si sono avvicinati a questa affascinante disciplina. Storia recente dell’odontoiatria di cui Prada è stato testimone e protagonista.

Dopo la maturità scientifica, avrebbe voluto iscriversi a medicina, racconta, sebbene la matematica, l’altra sua passione, lo stava spingendo a indirizzarsi verso studi economici. Poi, però, la scelta fatta insieme a quattro amici di partecipare al concorso per accedere al neonato corso di laurea in Odontoiatria. C’erano 800 partecipanti. Arrivò ottavo. Un buon risultato che lo convinse definitivamente a imboccare la strada dell’odontoiatria, insieme ai compagni con cui condivise studi e parte dei suoi primi impegni sindacali, quando dopo la laurea fu tra i cofondatori della sezione AIO di Como.

Quando AMDI perse la «M», racconta, e l’ostilità iniziale nei confronti degli odontoiatri cessò, Prada si trasferì in ANDI, dapprima con incarichi provinciali, poi sempre di maggior peso e prestigio, fino ad affiancare per due mandati consecutivi in qualità di segretario nazionale, Roberto Callioni, presidente ANDI dal 2004 al 2010 e che lo scorso maggio gli ha passato il testimone insieme alle numerose problematiche che pesano sul settore dentale.

Dottor Prada, cos’è l’ANDI per lei che ha investito così tanto in questa organizzazione?

ANDI è una grande associazione animata da un altrettanto grande spirito di amicizia. Quello che si vive a livello provinciale, dove nelle sezioni si respira aria di collaborazione, tranne che per qualche rara eccezione del tutto normale in un’organizzazione così estesa, lo si sperimenta anche a livello nazionale.

Cosa conserva degli ultimi sei anni trascorsi accanto a Roberto Callioni, il suo predecessore?

Prima di tutto il ricordo di grandi cose realizzate insieme e il suo prezioso insegnamento grazie alla sua puntuale visione delle cose, riconosciuta anche con incarichi prestigiosi come la presenza in Consiglio Superiore di Sanità, in assoluto la prima volta per un dentista.

Senza dimenticare importanti incontri ai massimi livelli come quelli con Maurizio Sacconi o Ferruccio Fazio. Ma anche le battaglie e i viaggi affrontati insieme. È stata un’esperienza molto impegnativa. Non sono mancati neppure episodi un po’ bizzarri, ma simpatici da ricordare, come quando rimanemmo senza benzina.

Eravamo in viaggio dall’Aquila a Roma: in quel tratto dell’autostrada non c’erano aree di servizio, così vi uscimmo e ci ritrovammo a Cucullo, un paesino di 200 persone, ma neppure lì ovviamente trovammo un distributore di carburante. Fu una vera avventura… L’amicizia che mi lega a Roberto è fatta anche di queste cose e rimarrà immutata per sempre, ne sono convinto.

Cosa l’ha spinta a candidarsi?

In realtà mi è stato chiesto di farlo, anche se è consuetudine che il segretario sindacale nazionale, la persona più vicina al presidente, sia candidato quasi per successione.

Ammetto che non mi sarebbe dispiaciuto neppure tornare alla mia vecchia passione per i viaggi: un tempo ne organizzavo anche tre all’anno, in giro per il mondo. Poi grazie alle capacità dimostrate negli anni scorsi e di fronte alla richiesta esplicita di tutto l’esecutivo, ho deciso di candidarmi anche perché nel ruolo di presidente non ci si può improvvisare se non si ha una conoscenza diretta dell’associazione e dei suoi meccanismi di funzionamento. L’ho esplicitamente detto anche in campagna elettorale e per questo alcuni mi hanno criticato: «Avete creato un mostro che soltanto voi siete in grado di governare». È una critica che, lo ammetto, contiene una verità. In effetti l’associazione ha una struttura davvero molto complessa.

Per questa ragione recentemente ANDI ha modificato lo statuto?

Sì, lo scopo della riforma era semplificare le regole di governo dell’associazione sia a livello centrale, sia a livello periferico, concedendo più autonomia alle regioni.

L’assemblea di Rimini non ha permesso di raggiungere completamente questi obiettivi, anche se mi ritengo soddisfatto per il risultato. Adesso si tratterà di mettere alla prova il nuovo statuto e vedere come funzioni effettivamente.

Quali sono gli obiettivi invece della sua presidenza?

L’obiettivo principale resta quello di rafforzare l’immagine di ANDI quale strumento di tutela dei professionisti italiani e come interlocutore per qualsiasi iniziativa politica che riguardi l’odontoiatria. Purtroppo i problemi da affrontare sono molti. Mi riterrei soddisfatto se riuscissi a tutelare gli studi, la libera professione, questo modello che ha dato agli odontoiatri italiani, ma anche ai pazienti, grandi soddisfazioni in questi anni, nonostante le difficoltà, oggi crescenti.

Qual è il pericolo maggiore?

Che le risorse, già carenti, subiscano una frammentazione. Il ceto medio s’è impoverito e il SSN non è in grado di potenziare l’odontoiatria pubblica, come neppure i fondi integrativi di coprire i costi delle cure odontoiatriche. Per questo sono convinto che la strada da percorrere sia quella della prevenzione, l’unica che permette davvero di risparmiare sui trattamenti.

Dovremo riuscire a diffondere questo messaggio alla popolazione, coinvolgendo l’intera filiera odontoiatrica. Essendoci meno disponibilità economica, l’industria, ma anche l’odontoiatra dovrà accontentarsi di minori guadagni. Contrarre i costi di filiera, senza compromettere la qualità dei trattamenti, a beneficio dei cittadini: è questa la sfida che ci attende.

Che rapporto intrattiene oggi l’odontoiatra con la società civile?

Purtroppo c’è l’idea diffusa che noi liberi professionisti non dovremmo mai occuparci di accordi sociali. A mio avviso, invece, un’associazione composta da professionisti che praticano oltre il 90% dell’odontoiatria italiana, non può non occuparsi anche dei problemi di quelle realtà sociali che andrebbero in qualche modo aiutate.

Certo, non è questo il nostro obiettivo principale, ma neppure l’ultimo. Mi piacerebbe valorizzare anche il lavoro della Fondazione ANDI, non ancora del tutto compreso. L’odontoiatra, come tutti i liberi professionisti, è un’individualista: per questo è difficile coinvolgerlo in iniziative sia sindacali, sia sociali. Invece, dovremmo uscire dai nostri studi, farci conoscere e stare tra la gente…

Quale sarà il futuro dello studio monoprofessionale? 

Meno grigio delle previsioni di qualche anno fa. La crisi sembra avere rallentato quel processo di trasformazione iniziato da tempo che vedeva lo studio monoprofessionale destinato a scomparire.

Si è osservato invece che, soprattutto in questa fase di recessione, è più flessibile rispetto ad altri modelli organizzativi, sa adattarsi molto bene alle esigenze del paziente. La sua forza è data dal rapporto fiduciario che permette di creare tra professionista e paziente.

Nel prossimo futuro probabilmente si dovranno realizzare studi un po’ più grandi per ridurre l’incidenza dei costi fissi, tuttavia, si dovrà mantenere integro il rapporto diretto con il paziente, quello su cui si basa da sempre l’odontoiatria privata in Italia.

Un messaggio ai più giovani…

L’invito ai più giovani è lo stesso che porgo agli odontoiatri più anziani, affinché insieme realizzino un patto generazionale attraverso il quale dare continuità alla vita di uno studio. Trovarne uno già ben avviato, affiancarne il titolare per crescere professionalmente e costruirsi un futuro: credo sia una buona soluzione per un giovane.

Il problema sta ancora una volta nell’individualismo dei più anziani che, temendo un’invasione di campo, non sempre colgono questa che è una vera opportunità anche per loro giunti quasi al termine della carriera professionale.

Per concludere, punterà molto al dialogo e al confronto?

Non c’è dubbio, sarò attento nell’evitare interferenze non dovute, ma manterrò aperto il dialogo all’interno e all’esterno dell’Associazione con tutti i protagonisti, anche con Francesco Scarparo, candidato alla presidenza di ANDI, oggi all’opposizione. Dal confronto avremo la possibilità di crescere tutti.

Ovviamente non sono solo in questa nuova avventura: posso contare su una squadra di persone con cui lavoro molto bene, ma anche sugli amici che in caso di necessità, proprio come quando si resta senza benzina in autostrada, non ti abbandonano di certo.

 

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