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In un Paese che vede aumentare sempre di più l’età media della sua popolazione, le complicanze a livello di salute possono essere davvero numerose. Tra queste, la crescente necessità di ricorrere ad interventi protesici unita ad uno sviluppo di super-batteri resistenti agli antibiotici, appare come un’emergenza da affrontare con tempestività. C’è stato infatti negli ultimi anni un notevole aumento (con una frequenza due volte maggiore) delle infezioni dovute agli elementi protesici, “dalla banale lente a contatto agli impianti dentali; da viti, placche e chiodi usati in ortopedia ai device cardiovascolari o urologici, fino ai materiali della chirurgia plastica”. Questo è quanto è stato spiegato da Lorenzo Drago, direttore del Dipartimento di microbiologia dell’Istituto ortopedico Galeazzi di Milano, in occasione del ‘Milano Biofilm Meeting 2015. Implantables and infection control: a promising future’, congresso organizzato nell’area Expo, di particolare interesse per figure come ortopedici ed odontoiatri, presieduto da Drago e Carlo Luca Romanò, direttore del Centro di chirurgia delle infezioni osteo-articolari del Gruppo ospedaliero San Donato, ha visto sviluppato il delicato tema della protesi. 

“Una protesi che s’infetta è una complicanza molto grave – sottolinea Drago – debilitante e invalidante per il paziente, e nei casi più seri potenzialmente mortale. Fortunatamente i numeri sono bassi, ma se fino ad alcuni anni fa le percentuali di infezione erano intorno allo 0,8-1%, ora arrivano al 2-5%, con punte del 15-20% in caso di re-intervento per la sostituzione di una protesi infetta”.

I principali microrganismi responsabili di tali infezioni sono “stafilococchi, soprattutto aureo ed epidermidis, e sempre più spesso anche batteri gram-negativi come lo Pseudomonas aeruginosa. Un germe ad alto rischio di invulnerabilità, a volte alla maggior parte dei farmaci disponibili”. 

“I numeri sono in aumento innanzitutto per il progressivo invecchiamento della popolazione – prosegue Drago – Basti pensare che, secondo le stime, entro 20-30 anni almeno il 70-80% delle persone prima o poi avrà bisogno di una protesi. Va poi considerata la disponibilità di tecniche diagnostiche sempre più sofisticate e sensibili, in grado di rilevare infezioni di basso grado: agiscono meno velocemente di quelle acute, ma anche loro nel tempo erodono l’osso e portano al fallimento dell’attecchimento protesico”. 

“Nonostante i traguardi raggiunti dalla chirurgia ortopedica – afferma Romanò, presidente della Società Europea delle infezioni osteo-articolari – le infezioni rappresentano attualmente una delle complicanze più gravi e meno conosciute dell’intervento di protesi. (…) Ciò comporta un costo altissimo in termini sociali ed economici. Per gravità e difficoltà di trattamento, le infezioni ossee e degli impianti sono infatti paragonabili ai tumori”.

E’ dunque necessario agire “utilizzando le più moderne tecnologie e con una migliore informazione – evidenzia l’esperto – molte complicanze infettive potrebbero essere prevenibili, o almeno diagnosticabili e curabili prima e meglio. Negli ultimi anni si sono fatti progressi importantissimi in questo settore, molti proprio grazie alla ricerca italiana ed europea: per esempio i sistemi di rivestimento antibatterico delle protesi o nuove tecniche di diagnosi rapida dell’infezione”.

La prima regola è “usare il materiale protesico giusto in centri di chirurgia certificati e all’avanguardia – raccomanda Drago – Esistono infatti protesi rivestite di antibiotici, o disegnate in modo da essere refrattarie all’attacco batterico. Inoltre è fondamentale agire sulla prevenzione di tutti i fattori di rischio infettivo: diabete, obesità, fumo e altri stili di vita predisponenti. Naturalmente conta anche l’età del paziente: anche i giovani sono in pericolo, ma rispetto agli anziani sono più propensi a sviluppare infezioni ritardate”.

Una particolare attenzione va rivolta all’intestino e al cavo orale, porte d’ingresso dei batteri che poi passano nella circolazione sanguigna e colpiscono dove trovano un punto di minore resistenza, come una protesi. Monitorare le infezioni di questi distretti sembra dunque una strategia da promuovere in fase preventiva.”. Queste parole si inseriscono in un momento storico in cui spesso ci confrontiamo con la perimplantite, una patologia in continuo aumento, va detto, anche per l’aumento al ricorso della terapia implantare stessa.

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